Il territorio italiano è costellato di indicibili misteri dovuti ad importanti avvenimenti stratificati nel suolo e nascosti dal tempo. Uno di questi segreti è rimasto custodito fino al 2008, quello del bunker Soratte, un dedalo di gallerie destinate ad ospitare poche personalità con alte funzioni di governo.

Negli anni ’30 del secolo scorso la situazione politica internazionale suggeriva alle istituzioni di tutti i Paesi europei di dotarsi di strutture adatte a garantire la protezione delle massime cariche dello Stato.E per l’Italia di Mussolini questa scelta ricadde sul monte Soratte, sia per la discreta vicinanza con la capitale, sia per la natura morfologica del luogo formato da roccia calcarea che si presumeva difficile da scalfire perfino dai bombardamenti.

La progettazione fu affidata al Genio Militare Italiano e nel 1938 iniziarono in grande segreto i lavori di scavo ai quali furono chiamati a partecipare oltre mille minatori provenienti dal nord del Paese che lavoravano a turni ininterrottamente giorno e notte.

Era difficile nascondere il lavoro di tali proporzioni, così fu deciso di dichiarare che l’impianto doveva ospitare le Officine del Duce, cosa che in parte effettivamente avvenne quando una sezione delle gallerie fu messa a disposizione della Breda che produceva armamenti leggeri e munizioni.

L’impianto originario prevedeva una struttura ipogea di quattordici chilometri che avrebbe dovuto perforare il monte da parte a parte, oltre a gallerie di accesso che dovevano seguire il profilo della montagna. Un complesso e articolato sistema di “caverne” che si sarebbero dovute intersecare, rivestite in cemento armato dello spessore di circa un metro e studiate ad uso difensivo secondo i dettami militari, quindi totalmente differenti dalle architetture civili.

Malgrado l’accelerazione dei lavori con l’ingresso dell’Italia in guerra nel 1940, e di conseguenza i crescenti timori di aggressione, gli scavi arrivarono a produrre poco più di quattro chilometri di gallerie con un’ampiezza variabile da quattro a dieci metri, a seconda che si trattasse di ambienti pedonabili o per mezzi di trasporto degli armamenti, ed un’altezza massima di dieci metri.

In ogni caso il bunker rappresenta un eccellente risultato e uno straordinario esempio di ingegneria se consideriamo gli strumenti dell’epoca a disposizione e il breve tempo concesso per la realizzazione: già così era in grado di ospitare diverse centinaia di persone.

Una delle opere più ingegnose realizzate all’interno delle gallerie fu la costruzione del sistema primario di salvaguardia e sostentamento delle persone. La purificazione dell’acqua e dell’aria in caso di un attacco chimico e batteriologico alla struttura era di importanza vitale e venne brillantemente risolto.

Un sistema di raccolta, nascosto da un ulteriore controsoffitto, convogliava l’acqua filtrata dal monte lungo le pareti dei tunnel che poi veniva canalizzata nei vari ambienti. Il sistema di aereazione era invece garantito da camini costruiti a prova di bomba che fuoriuscivano sul monte e incanalavano l’aria in speciali tubature che la diffondevano nei vari ambienti. Inoltre nel bunker erano stoccate ingenti quantità di maschere antigas, molto utilizzate nelle guerre del tempo insieme alle cosiddette candele di Hindenbur che, oltre ad illuminare, spengendosi rapidamente avvertivano della mancanza di ossigeno. In ogni caso la grande quantità di aria presente nelle enormi gallerie sarebbe stata già di per sé un deterrente alla presenza di gas diluendone notevolmente l’effetto.

 

Il 25 luglio 1943 cade il governo fascista di Benito Mussolini, l’8 settembre dello stesso anno Pietro Badoglio proclama alla radio l’armistizio, firmato in grande segreto la settimana prima dal Re Vittorio Emanuele III con gli Alleati, e la resa incondizionata dell’Italia. Lo stesso giorno le truppe tedesche decretano la brutale occupazione del nostro Paese.

Appena una settimana dopo iniziano le prime ricognizioni dei tecnici dell’Organizzazione Todt al Soratte che molto presto verrà occupato dalla Wehrmacht dove il Feldmaresciallo Albert Kesselring insedierà l’Oberkommando, il Comando Supremo di tutto il sud Europa e del bacino del Mediterraneo. E così i nazisti diventano i primi veri inquilini del bunker.

Il bunker era progettato talmente bene, oltre ad essere difeso dalla durissima roccia della montagna, che perfino il pesantissimo bombardamento Alleato del 1944 con bombe da cinquecento chilogrammi incatenate a grappoli di otto ordigni e sganciate da settantadue bombardieri B-17, le famose fortezze volanti, riuscì solo marginalmente a scalfire la struttura nelle zone di ingresso.

Solo dopo l’occupazione dell’area da parte delle truppe tedesche furono costruite esternamente delle caserme assegnate a scopi di rappresentanza e ad ulteriori stanziamenti militari. Tali edifici erano sempre in cemento armato, ma mascherati con un camouflage che ricordava i toni della montagna.

Invece internamente al bunker i tedeschi costruirono delle grandi baracche di legno, accessoriate di tanti elementi decorativi e addirittura provviste di finte finestre adornate di tende per celarne l’aspetto reale, con lo scopo prettamente psicologico di edulcorare l’effetto prolungato di trovarsi sotto terra.

Inoltre il Genio tedesco, pensando al bisogno ricreativo determinato da una lunga costrizione in ambienti isolati e in assenza di luce solare, aveva usufruito di alcuni locali per ricreare in stile nordico due birrerie, una sala per il cinema e il teatro e un salone per le cerimonie. Ma nonostante tali accorgimenti gli ufficiali tedeschi soffrivano enormemente la convivenza in spazi angusti dove il quotidiano era scandito dal muoversi sotto i riflettori ad illuminazione elettrica e respirare aria a ventilazione forzata.

Dalle dirette testimonianze dei cittadini dell’adiacente abitato di Sant’Oreste si è appreso che, contrariamente a quanto avveniva in ogni parte d’Italia, i tedeschi si adoperarono per una pacifica convivenza, a tratti anche piacevole, al fine di mantenere i migliori rapporti possibili nelle vicinanze di una struttura militare così strategica.

Tutti conoscono la maniacale necessità dei nazisti di documentare qualsiasi cosa e avvenimento durante la guerra sia in forma scritta, sia attraverso le immagini. E anche se, quando le posizioni apparivano compromesse, i nazisti hanno sempre cercato di distruggere qualsiasi documento potesse incriminarli, molte testimonianze sono rimaste celate negli archivi tedeschi. Riportare alla luce e rendere pubblici tali documentazioni ha contribuito moltissimo a svelare tanti segreti che avrebbero potuto perdersi nei meandri della Storia.

Anche sul monte Soratte vennero scattate numerose fotografie e ripresi tanti filmati da parte della divisione Propaganda-Kompanien che hanno permesso rendere nota la vita di caserma all’interno del bunker, le fortificazioni esterne e le postazioni armate dislocate sul monte.

A gennaio del 1944 un manipolo di partigiani del Raggruppamento Monte Soratte coordinò un sabotaggio per avvelenare l’acqua nel serbatoio di approvvigionamento situato sulle vette del monte. I tedeschi si accorsero subito del problema e, chiudendo le valvole, lo risolsero prontamente. Purtroppo un delatore dell’ultima ora denunciò come responsabile dell’accaduto il Dott. Manlio Gelsomini, comandante dei partigiani, il quale, dopo essere stato rinchiuso e torturato nel carcere di Via Tasso a Roma, venne condotto e assassinato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Dopo il grande bombardamento di maggio, ai primi giorni di giugno del 1944 i tedeschi avevano già abbandonato il monte Soratte, e le truppe degli Alleati entravano nell’abitato di Sant’Oreste, prendendo anche possesso del bunker. I perlustratori scoprirono all’interno importanti documenti che rivelarono fondamentali informazioni riguardo ai piani di ritirata e difesa dei tedeschi, tra i quali anche le preziose mappe della linea Gotica che in seguito sarebbero state utilissime agli Alleati per fronteggiare il nemico durante l’avanzata nel nord del Paese.

Un mistero a parte riguarda quello del fantomatico “oro del Soratte”. La vicenda dell’oro trafugato dai nazisti dalla Banca d’Italia è senza dubbio una delle trame più intricate e romanzesche di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

Una notte di alcuni giorni prima della caduta di Cassino e la conseguente ritirata dei Tedeschi, arrivarono al bunker del Soratte dodici camion dai quali vennero scaricate e trasportate in una galleria appartata settantanove pesantissime casse.

L’oro è un metallo prezioso pesante e le casse avevano una dimensione perfetta per contenere lingotti. Questi due dati fecero subito presupporre che il contenuto di quegli imballaggi fosse pieno di oro. Inoltre, insospettì il fatto che i militari addetti al trasporto vennero uccisi dopo avere portato le casse nella galleria. L’unico sopravvissuto tornò a visitare il bunker dopo la fine della guerra in cerca del “tesoro”, e questo alimentò ulteriormente la leggenda.

Nel tempo sono stati molti i “cercatori d’oro” a susseguirsi sul Soratte, e tra i tanti merita di essere ricordato il simpatico e indomito Barone Giuseppe Fortezza, il quale spese assiduamente parte della sua vita nella ricerca, ma di fatto tutte le indagini, comprese quelle dello Stato che fu il più agguerrito indagatore, non portarono mai al ritrovamento dell’immaginario tesoro nelle viscere della montagna.

Per altro, ad infittire il mistero c’è sempre stato un fattore destabilizzante: l’effettiva quantità di quell’oro. Si è sempre parlato di oltre centodiciannove tonnellate tra lingotti e monete, ma il fatto sorprendente ed inquietante è che la stessa Banca d’Italia non ha mai potuto effettivamente certificare questo dato poiché all’epoca del trafugamento esisteva solo una sommaria stima della cassaforte romana.

 

Appena usciti dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Stati coinvolti nel conflitto andarono immediatamente a formare le due compagini che divisero il mondo: il Patto Atlantico e il Patto di Varsavia. 

Stati Uniti e Unione Sovietica, trascinandosi dietro tutta una serie di nazioni satellite, iniziarono a fronteggiarsi con una ostilità segreta e maniacale in quella che fu definita la Guerra Fredda, uno scontro mai diretto con armi convenzionali, ma solo fatto di equilibri di potere, continuamente ricercati e disattesi, e di tensioni alternate a momenti di distensione, sempre all'ombra della minaccia dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa.

Così in questo nuovo clima di timori e velate ostilità, gli Stati iniziarono nuovamente a predisporre infrastrutture capaci di difendere il governo e la sicurezza nazionale. Ma questa volta, anche se il caso poteva apparire remoto, la minaccia tanto temuta era di portata nucleare. E in Italia la scelta ricadde ancora una volta sulle vecchie gallerie del Soratte che la Nato giudicò di massimo interesse strategico e perfette per essere adeguate ai nuovi standard di emergenza.

È il 1967 quando viene allestito il nuovo cantiere ed iniziano i lavori di ristrutturazione e approntamento a sette bracci di gallerie, le più profonde, quelle con oltre duecento metri di roccia calcarea a protezione in ogni direzione. Un nuovo ambizioso, costosissimo e soprattutto segretissimo progetto che, però, questa volta era destinato ad ospitare soltanto il Presidente della Repubblica, i ministri del Governo e gli alti ufficiali militari.

Le volte delle gallerie vennero rialzate fino ad arrivare a dieci metri per permettere di creare ambienti su tre livelli calpestabili: il piano inferiore destinato agli impianti, quello intermedio per l’operatività e quello superiore per il riposo. I solai, ancora oggi visitabili, sono formati da piastre di cemento armato, ancorate alle pareti delle gallerie con duemilacinquecento isolatori sismici capaci di farle oscillare per quindici centimetri.

Le cellule di sopravvivenza erano provviste di qualsiasi cosa fosse utile a garantire la sopravvivenza per un periodo variabile di circa due o tre mesi, e la permanenza in ambiente ipogeo era stata perfino testata per escludere effetti psicologici indesiderati. Venne addirittura allestita una camera mortuaria perché, in una catastrofica previsione, si sarebbe potuto lasciare il bunker solo in caso di completa evacuazione.

La struttura venne costantemente mantenuta efficiente e fornita nel tempo per essere pronta al momento dell’evento, ma gli allestimenti interni non sono mai stati rinvenuti perché rimossi nel momento in cui fu abbandonato il sito.

Ma cosa ci si aspettava realmente per arrivare a costruire una struttura così colossale?

Una devastazione generalizzata come quella di un’esplosione atomica disintegra qualsiasi cosa all’istante in un raggio di decine di chilometri dall’epicentro, lasciando sul terreno solo uno scenario apocalittico.

Tutti gli accorgimenti furono accuratamente studiati al fine di neutralizzare, all’interno del bunker, almeno sulla carta, le conseguenze delle diverse onde d’urto e di ritorno: termica, sonora, fotonica, sismica, elettromagnetica e di pressione.

Inoltre per schermare gli effetti delle particelle radioattive, fu inserito tra i due cementi, quello degli anni ’30 e quello degli anni ’60, un peculiare strato formato da una speciale miscela assorbente.

Il sistema di filtraggio dell’aria fu previsto anche per arginare particelle radioattive, e la riserva di acqua stivata era di cinquemila metri cubi, sufficiente per non più di cento persone.

Il bunker era dotato di due generatori di energia, indipendenti e posti agli estremi della galleria principale ribattezzata “direttissima”, al fine di assicurare il fabbisogno di elettricità anche in caso di distruzione o malfunzionamento di uno dei due dispositivi.

Per garantire la visibilità all’interno anche in caso estremo di assenza della corrente fu previsto un ingegnoso e avveniristico sistema fatto di cartelli indicatori dipinti con una particolare vernice fosforescente, la quale, dopo essere stata illuminata per un’ora restituiva dodici ore di luce.

Gli spazi interni furono resi particolarmente gradevoli per mitigare ogni fonte di stress dovuto all’angusto ambiente, testando perfino su un campione di persone il grado di depressione, esaurimento, affaticamento, tensione, logorio, ansia, angoscia e violenza che avrebbero potuto scatenarsi nei residenti.

Oltre agli spazi dedicati alle comunicazioni radio e televisive, tutte rigorosamente criptate, risulta particolarmente intrigante ancora oggi la sala delle mappe dove su un lato troviamo i balconi destinati alle autorità che avrebbero dovuto prendere fondamentali decisioni, e all’opposto una grande vetrata su cui sono disegnate le mappe di fondamentale interesse, aggiornabili da personale specializzato posto sul retro e capace di scrivere al contrario per rendere visibile il risultato a coloro che stavano davanti.

Le invenzioni di armi non convenzionali quali bombe a neutroni e ad energia aumentata degli anni ’70, fanno supporre che il bunker antiatomico fosse stato declassificato dalla Nato, e quindi considerato obsoleto e di scarso interesse tanto da essere abbandonato nel 1974.

Dato che ancora oggi tutti i documenti sono secretati, inaccessibili o scomparsi, anche questa è solo una supposizione che lascia al Soratte il suo ultimo segreto, mentre dalle ferite della montagna esce ancora un alone di mistero.