Sacri rituali
Lo sciamanesimo non è considerato una religione, quanto piuttosto un’ideologia che, attraverso un complesso di credenze, arriva ad una concezione del mondo.
Le origini sono antichissime e risalgono addirittura al paleolitico, ovvero il periodo al quale ricercatori e scienziati hanno attribuito i ritrovamenti dei graffiti rupestri siberiani.
Con l’avvento negli anni trenta della politica staliniana lo sciamanesimo venne violentemente soppresso per soppiantare nella società la nuova cultura socialista sovietica.
Ma oggi, segno tangibile di quanto sono profonde le proprie radici nella spiritualità di certi popoli, è tornato ad essere praticato e riconosciuto in tutti gli strati sociali.
Lo sciamano, intermediario professionale tra il naturale e il soprannaturale, è la figura che mediante l’estasi riesce a mettere in contatto i due universi, sempre a scopo benefico.
Nell’oltretomba ogni cosa avviene al contrario rispetto alla terra, il giorno è notte, l’estate è inverno e così via. Ed è proprio nel mondo delle ombre che i morti si ricongiungono ai propri cari defunti, ma il rapporto con i vivi rimane difficoltoso, spesso conflittuale, e in tal caso l’intervento dello sciamano diventa fondamentale per restituire la pace alla famiglia.
I principali compiti dello sciamano sono quelli di accompagnare l’anima dei defunti nell’aldilà, sovrintendere ai sacrifici nelle comunità ove è richiesto, di divinatore che rivela passato e futuro, e medico che, dopo la diagnosi della malattia, invoca gli spiriti per guarire dalla perdita dell’anima o dall’intrusione nel corpo di qualcosa di esterno o di uno spirito maligno.
L’iniziazione sciamanica avviene sempre presso un anziano e può durare anni, è tramandata oralmente e prevede come parte integrante l’apprendimento del linguaggio per comunicare con gli spiriti.
La danza che lo sciamano inscena durante una cerimonia è una tecnica tramandata da generazioni che varia a seconda del gruppo di appartenenza e rappresenta costantemente un’imitazione dei movimenti degli animali.
La funzione del tamburo, che ha differenti forme a seconda gruppo di appartenenza, è molteplice, in quanto può servire sia a scacciare gli spiriti maligni, sia a chiamare quelli benigni.
La trance che lo sciamano raggiunge durante una cerimonia segna il momento di arrivo degli spiriti i quali si presentano sempre sotto forma animale.
Con i canti, la mimica e la danza lo sciamano diventa un attore che drammaticamente mette in scena il suo arduo viaggio verso gli inferi e il regno celeste al fine di contattare e fare comunicare gli uomini con l’universo trascendente.

 


Uno sciamano mi lasciò incantare
Sulle sponde del lago Khuvsgul la vita sembra scorrere eternamente tranquilla. Forse troppo tranquilla per accogliere un viaggiatore in transito con l’istinto della scoperta.
Ero nell’omonima provincia di Khuvsgul a nord della Mongolia e, dopo aver attraversato vari passi di montagna e immense pianure sotto un cielo maestoso, mi stavo rilassando nella pace e la luce di questo bel lago.
L’opulenta gestrice della gheer in cui dormivo mi parlò dell’albero del serpente, un albero a spirale considerato magico che affondava le proprie radici da un tempo immemore a pochi chilometri di distanza dall’accampamento. Pochi chilometri nella steppa mongola spesso corrispondono ad alcune ore di viaggio poiché le piste, solcate soltanto da incredibili cavalli e grosse jeep, sono tracciate sull’impervio terreno acquitrinoso chiamato permafrost.
Senza alcun indugio, guidato dall’istinto che si nutre della pura curiosità per tutto ciò che è ignoto, chiesi all’autista della jeep e alla guida che mi accompagnava di condurmi nel luogo che mi era stato indicato, privo di aspettative se non quella di scoprire qualcosa di nuovo in quel posto incantato.
L’albero era proprio li, ai margini di un boschetto e delimitato da sassi che lo circondavano quasi a ribadire la sacralità e fare monito del rispetto necessario a chiunque intendesse avvicinarsi.
Nel tronco, come più tardi mi fu spiegato, erano inserite banconote quale offerta per ingraziarsi gli spiriti, e fiammiferi come simbolo di espressione di un desiderio.
A fianco dell’albero c’era un ovoo a forma di palizzata – diverso da quelli a struttura piramidale che generalmente si incontrano ovunque viaggiando nel Paese – interamente ricoperto di khadag azzurri, simbolo del cielo, ma anche gialli, simbolo dei fiori, rossi del fuoco, verdi della terra e bianchi del latte.
L’ovoo sancisce la sacralità del luogo, e infatti con grande stupore uno sciamano seguito da tre adepti donna e vari assistenti si stava accingendo ad iniziare una cerimonia propiziatoria in favore di una famiglia che lo aveva chiamato in aiuto a seguito di alcune disgrazie che recentemente avevano colpito i vari membri.
Immediatamente chiesi alla guida di tradurre la richiesta di premesso per fotografare e, dopo avermi attentamente osservato, lo sciamano assentì con la testa facendo anche un segno con la mano. In seguito altre persone vennero allontanate dagli assistenti perché tentavano di riprendere la cerimonia.
Balgir, questo il nome dello sciamano, ha cinquantatre anni e con una punta d’orgoglio afferma di praticare da quaranta. E mentre a mia volta stavo ringraziando, si preoccupava di sussurrare alla guida di essere molto potente in quanto solo la settimana prima aveva partecipato ad una riunione di sciamani ed era stato eletto zeiram, ovvero vincitore, il più potente. Discretamente, dopo essermi voltato, sorrisi pensando alle gare dei concorsi di bellezza in occidente.
Il cielo era terso in quella giornata di fine estate, il sole del primo pomeriggio ancora alto e la temperatura tiepida malgrado l’aria fosse frizzante.
Tutto era pronto, sul prato gli assistenti avevano apparecchiato dei piccoli tavolini con le offerte e il necessario per la cerimonia.
I tre adepti, aiutati dagli assistenti presenti come ombre, iniziarono a danzare, intonare canti accompagnati dai tamburi, hengreg, e suonare l’aman huur, il piccolo strumento musicale da inserire in bocca simile a quello che nel nostro meridione viene chiamato scacciapensieri, ma che qui, invece, ha la funzione di richiamare gli spiriti.
Avevo letto alcuni testi prima di partire, eppure nel frastuono che aleggiava sovrano mentre tutti sembravano muoversi indipendentemente sulla scena come se ognuno cercasse la propria essenza, assistere ad una cerimonia reale mi appariva come l’esperienza che chiudeva il cerchio.
Intanto, dopo molto tempo e svariati tentativi, due delle studentesse avevano raggiunto la trance. Ognuna in un momento diverso e ognuna con differenti modalità, ma sempre affiancate dagli onnipresenti assistenti.
Seduta sul terreno a gambe incrociate sotto il lungo abito tradizionale con colori sgargianti, la più giovane si adoperava fino alle lacrime nell’invocare gli spiriti, dopo aver ricevuto incoraggiamento e istruzioni dal maestro e l’incalzante aiuto degli assistenti. E mentre l’altra sembrava osservare attentamente le compagne nei loro tentativi, la più anziana si lasciava andare ad una frenetica danza, agitando e percuotendo il tamburo. E poi la trance, l’attimo in cui tutto sembra spengersi, e invece è il segno in cui gli spiriti hanno raggiunto chi li ha chiamati con tanta forza e intensità.
Una adagiata sul fianco nel prato, e l’altra che cadeva all’indietro tra le braccia di un assistente; lo scopo del loro esercizio era stato raggiunto e adesso poteva entrare in scena l’attore principale.
Balgir, coadiuvato anch’egli dagli assistenti nella vestizione, aveva smesso di fumare e si accingeva ad iniziare al rituale.
Gli sciamani preparano da soli i propri abiti, adornandoli con gli honshluur, i particolari pezzi in bronzo nero simboleggianti l’ascia, la spada, l’arco, la freccia, il martello, la sega, le forbici, e le immancabili campane oblunghe senza batacchio che risuonano solo cozzando tra sé durante i movimenti dello sciamano.
Niente sembrava essere stato lasciato al caso, mancava solo il tipico specchio in alluminio che gli sciamani portano sul petto per attirare più facilmente gli spiriti, ma lui, come mi avrebbe spiegato dopo, era talmente potente da non averne bisogno.
Legato alla cintura portava il mangic, la frusta fatta di pelle di pecora che, all’occorrenza, serve a scacciare a nerbate gli spiriti maligni che si sono impossessati del corpo di coloro che invocano l’aiuto dello sciamano per liberarli.
L’ultimo capo da indossare prima di cominciare era l’halhavavc piumato, simbolo di comunicazione con il cielo, proprio come le aquile che vi volteggiano.
Questo speciale copricapo è dotato è dotato di una copertura sul volto a strisce di tessuto o pelle affinchè non sia possibile vedere gli occhi dello sciamano che si rovesciano nel momento in cui sopraggiungono gli spiriti.
Il primo passo dello sciamano fu quello di entrare nel cerchio di pietre, e girando tre volte in senso orario intorno all’albero versò latte di pecora alla base: un’offerta consacratrice e augurante alle radici del divino albero.
A quel punto Balgir iniziò la danza in mezzo alla famiglia che si era raccolta a sedere sul prato all’ombra dell’albero sacro.
La sua personale tughee, l’aiutante generalmente scelta tra un familiare o uno studente che assiste lo sciamano in qualsiasi necessità, lo seguiva pedissequamente, porgendo strumenti e offerte richieste, e traduce ai presenti ciò che gli spiriti chiedono e rivelano allo sciamano, e lui nell’estasi canta e pronuncia in una lingua altrimenti incomprensibile.
Percuotendo fragorosamente il tamburo e inneggiando canti, lo sciamano si muoveva tra le persone, colpendole una ad una lievemente ma con decisione sulla testa.
I quarantuno spiriti propri dello sciamano arrivarono senza che nessuno se ne accorgesse e tutto il rituale si svolse nel massimo rigore e con assoluta severità sotto una coltre di tragicità che sembrava essersi addensata nell’etere.
Non avevo guardato il tempo che era trascorso, ma la cerimonia aveva occupato l’intero pomeriggio e, mentre il sole tramontava all’orizzonte scivolando tra gli alberi, la tranquillità era tornata nell’aria e sull’erba accarezzata da una fresca brezza. I riflettori si erano spenti e tutti potevano tornare in pace alle proprie dimore.


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