Mongolia, Ulan Bator, Chingeltei.

E' abbastanza indescrivibile la brutalità che si è abbattuta su questo pezzo di terra, ma forse sarebbe meglio parlare di abbrutimento dell'uomo nei confronti dei propri simili.

Come sempre, come in ogni parte del mondo, la divaricazione della forbice economica produce disastri inenarrabili a livello umano. I ricchi, sempre più ricchi, si rifugiano nelle loro torri ai piani alti delle città, sulle colline, mentre i poveri, sempre meno abbienti, rimangono ghettizzati nella desolazione di quartieri periferici e suburbani dove avviene di tutto.

E naturalmente chi soffre maggiormente sono sempre gli strati più deboli, i bambini che, nella loro innocenza, nell'ignoranza e nell'involontarietà sono costretti a subire ogni tipo di violenza, spesso prodotta proprio da adulti non meno sciagurati.

All'interno di questo girone dantesco - per altro non diverso da altri abusivi agglomerati disseminate nel mondo chiamati favelas, bidonville e slum - fatto di baracche e gheer (la classica tenda mongola) si erge come un faro nella notte la Casa della Speranza.
Pensata, voluta e fondata dall'antropologo italiano David Bellatalla, e attualmente gestita splendidamente dalla Croce Rossa Mongola, questa struttura in cemento è stata acquistata e messa in sicurezza oramai da una decina di anni.

La Casa è in grado di ospitare circa quindici bambini permanentemente, ma purtroppo solo in pochi riescono a rimanere per periodi più lunghi di pochi giorni poichè sono abituati a vivere per strada, a non fidarsi e preferiscono addirittura fuggire per tornare a dormire nei tombini dei marciapiedi che conducono alle fogne per non perire quando in inverno la temperatura scende anche a cinquanta gradi sotto lo zero.

La fiducia, difficile da ricostruire quando si è patito così tanto la fame, quando si è sofferto così tanto le condizioni climatiche senza possedere nulla, quando si è subito ogni sorta di violenze, compresi gli abusi sessuali.

Sono i bambini stessi a decidere se rimanere o meno nel centro di accoglienza, e quasi sempre si tratta di bambine, più docili e indifese rispetto ai maschi, ma spesso anch'esse rimangono solo alcuni giorni, poi spariscono, e non rimane che la speranza di rivederle.

Ariunaa quando è arrivata perdeva sangue e da una visita medica è risultato che avesse subito brutali violenze sessuali. Enkhchimeg invece, malgrado le numerose tumefazioni, non ha ancora lasciato che nessuno la toccasse, e sfortunatamente non ha ancora detto una parola.

Quando sono arrivato nella sala ricreativa c'era una bambina che stava studiando musica facendo le prove con il morin khuur, il classico strumento a corde mongolo.
Le altre bambine presenti in quel momento nel centro stavano disegnando con i pennarelli sotto la vigile supervisione di un'addetta della Croce Rossa che le aiutava ad imparare a giocare, ciò che sarebbe naturale vivere a quell’età.
David mi ha accompagnato nei vari locali dell'edificio lasciando che fotografassi ovunque e chiunque perché la privacy è un privilegio di altri luoghi, qui la priorità è cercare di recuperare una vita a queste creature dalla voce dolcissima, ma dagli occhi spenti.


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