Vicino alla città di Pervomaisk, a metà strada tra Kiev e Odessa, si trova un Unified Command Post, in gergo UPC, ovvero una base missilistica strategica situata proprio nel cuore dell’Ucraina tra infiniti campi coltivati a mais e girasoli.

Durante il periodo dell’invasione Sovietica, l’Ucraina veniva considerata un avamposto militare dell’URSS. La base ovviamente non esisteva sulle mappe dell’epoca: il sito era irraggiungibile e chi ci lavorava era sottoposto ad estrema segretezza.

L’invenzione e lo sviluppo delle armi nucleari ha rivoluzionato la scienza della guerra, ma la loro stessa esistenza ha probabilmente impedito lo scoppio di un conflitto di grandi proporzioni tra le superpotenze, il deterrente reciproco che ha comunque innescato quella contrapposizione politica e ideologica chiamata Guerra Fredda.

Due bombe atomiche lanciate da bombardieri furono la causa immediata della fine della guerra tra il Giappone e gli Alleati nel 1945, invece in seguito sono stati realizzati mezzi di lancio sempre più perfezionati, come i razzi a lungo raggio lanciati da terra e i missili sparati dai sottomarini. Così le rampe per i missili a lunga gittata con testata nucleare, ovvero i missili balistici intercontinentali, furono dislocate in postazioni sotterranee protette, in grado di resistere a qualsiasi attacco.

Entrando dal modesto cancello, la base si presenta come un piccolo complesso di casette, protette da un semplice recinto di filo spinato, ma ai tempi dell’Unione Sovietica il perimetro era circondato da un campo minato e da un doppio recinto elettrificato, intervallato da torrette di avvistamento dotate di mitragliatrici, ed era sorvegliato da sistemi automatici di intrusione quali telecamere, sensori di allarme sismico e di rilevamento di radiazioni; incredibilmente però, la mimetizzazione dall’esterno è sempre stata il punto di forza della base.

All’interno di un ex ufficio amministrativo è stata allestita un’esposizione di pistole, fucili, mitragliatori, lanciarazzi, contraeree, mine e perfino un sidecar. In una stanza a parte ci ammoniscono le spaventose e impressionanti immagini di Hiroshima. All’uscita fanno bella mostra le foto dei signori della guerra Russi, notevoli nel loro cipiglio. Tra questi ritratti spicca quello di Sacharov, il fisico padre della bomba H ad idrogeno sovietica che, pentito della propria carriera, si è battuto da dissidente in difesa dei diritti umani. Arrestato e confinato a Gorkij, guardato a vista dal KGB, vinse il Nobel per la pace nel 1975, non potendo però ritirarlo, e tornò libero solo nell’86 grazie a Gorbaciov.

Disseminati nei prati della base ci sono numerosi veicoli tra cui treni, aerei, carri armati, un grande elicottero da 26 posti, enormi camionette per il trasporto dei militari e giganteschi camion che erano in grado di trasportare ovunque i missili.

Inoltre nel cortile è presente un’impressionante parata di razzi di cui il pezzo forte è un missile nucleare SS-18, nome di battaglia SS-Satan, un mostro di oltre trenta metri con dieci testate nucleari multiple da 18 a 25 megatoni ed un raggio operativo di quindicimila chilometri.

L’URSS possedeva seicento missili balistici che in Ucraina, prima della costruzione della base, venivano fatti viaggiare su treni in continuo spostamento per non essere identificati.

Ma è sotto terra che la base riserva la sua parte più impressionante.

Infatti le infrastrutture di comando e di lancio dei missili erano ben nascoste, tutte collegate da tunnel sotterranei, protette con muri di acciaio e calcestruzzo spessi qualche metro, e dotate di sistemi autonomi di aereazione e rifornimento idrico: tutto era studiato per resistere e rispondere ad un attacco diretto, perfino di una bomba atomica.

Una porta blindata nasconde i passaggi sotterranei, nei quali corrono anche le condotte originali di aerazione, che si snodano per circa centocinquanta metri e sono situati a tre metri di profondità dove la temperatura non supera gli 8° C.

Alla fine del corridoio si arriva a due imponenti porte blindate da settecentocinquanta chili ciascuna: varcate quelle soglie si entra nel Centro di Comando a dodici piani che, sigillato dal mondo esterno, avrebbe potuto funzionare in autonomia per quarantacinque giorni.

Tra le due porte c’è l’ascensore che conduce direttamente ai vari piani, e spiando nell’intercapedine del silo si vedono tutti i quarantacinque metri di profondità del pozzo.

L’incredibile capsula, pesante centoventicinque tonnellate e con un diametro di tre metri, è sospesa nel vuoto, ancorata con otto tubi incastrati tra loro per smorzare ogni urto del terreno, compresi i terremoti.

Negli ultimi due piani, i soli visitabili, si trovano il dormitorio e la stanza dei bottoni.

Gli ufficiali entravano in questi angusti ambienti per cinque giorni, e a due per volta facevano turni di sei ore legati con delle cinghie alle poltrone senza potersi muovere.

Lo sguardo fisso al computer, attendevano il segnale da Mosca per premere, autonomamente ma contemporaneamente, il fatidico bottone, che non è tondo e rosso come ci hanno mostrato nei film, bensì quadrato e grigio: tempo di controllo dei codici dal momento della ricezione un secondo, tempo di apertura dei portelloni da centoventi tonnellate dei silos contenenti i missili otto secondi, tempo di innesco e di sgancio degli ordigni cinque secondi; in tredici secondi era possibile scatenare un’irreparabile catastrofe senza alcuna capacità di essere fermata.

I missili, ospitati in nove silos disseminati nei campi della base, uscivano con un'inclinazione di 86° girando come proiettili nella canna di un fucile, e potevano raggiungere gli obiettivi prefissati negli Stati Uniti in ventidue minuti.

All’ultimo piano della capsula si trova la stanza del riposo, tre metri di diametro, nella quale ci sono le brande, un piccolo bagno, un frigo e armadietti per il cibo, l’immancabile samovar per il tè, e uno speciale scomparto dove venivano alloggiate sei pistole, utili nel caso in cui a qualcuno fossero saltati i nervi o non avesse voluto ubbidire agli ordini.

Più volte si è rischiato il lancio dei missili da questa base, ma la più inquietante fu quando nel 1983 il Comando Generale di Mosca ricevette un allarme di attacco. In realtà si trattava di un riflesso luminoso dell’allineamento sole-luna, e solo grazie al fatto che il tenente colonnello Petrov, preso dal dubbio, ritenne che i cinque razzi in arrivo dall’America fossero troppo pochi per giustificare un attacco nucleare, venne evitato il lancio degli ordigni. Petrov andò comunque sotto processo.

Nel 1986, dopo che anche Francia, Cina, Sudafrica, India e Pakistan si erano dotati di ordigni nucleari, risultavano pronte sulle rampe di lancio sparse nel mondo sessantacinquemila testate nucleari.

Dopo la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina nel 1991, il Paese optò per la denuclearizzazione, e tutti i silos nei pressi di Pervomaisk furono distrutti, mentre le testate nucleari dei missili tornarono in Russia. Il personale che partecipò allo smantellamento degli impianti non superò i quindici anni di vita, proprio come era accaduto ai liquidatori di ogni sito nucleare.

Su richiesta di Clinton a Eltsin, nel 2001 la base è stata convertita nel Museo delle Forze Missilistiche Strategiche. Alcuni ex militari che lavoravano nella base quando ancora era in piena attività hanno scelto di rimanere ad accudire quello resta, forse per nostalgia della vita spesa in questo luogo, con la sola tassativa restrizione di non poter rispondere alle domande dei visitatori.

Entrando nella base si ha la vivida impressione di immergersi nella palude della Guerra Fredda, ma all’uscita è inevitabile il rammarico per le conseguenze derivanti dagli ordigni nucleari e dalle fughe radioattive per la sopravvivenza della specie umana.


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