In mancanza di satelliti, a partire dai primi anni sessanta del secolo scorso l’Unione Sovietica iniziò a sviluppare radar a lungo raggio capaci di rilevare lanci di missili balistici da grande distanza.

I vertici politici e militari decisero di investire ingenti somme di denaro nello sviluppo di un sistema che fosse in grado di individuare un attacco da parte statunitense.

Così fu progettato e costruito un incredibile quanto imponente sistema il cui nome ufficiale era Duga-3, che rimase in funzione dal 1978 al 1989, ben tre anni dopo l’incidente di Chernobyl.

Soprannominato woodpecker, il picchio, a causa del suo caratteristico battito, il radar emetteva un segnale radio a onde corte, 10 Hertz, che poteva essere ricevuto anche dai radioamatori in tutto il mondo.

All’epoca sulle mappe la zona era segnata come “campeggio estivo” perché la segretezza era ai massimi livelli, e quindi era impossibile determinare l’esatta posizione dell’impianto, ma si supponeva dalle emissioni che si trovasse in un perimetro compreso tra Kiev e Minsk.

Le antenne, probabilmente le più grandi del mondo, sono alte centocinquanta metri per una lunghezza totale, suddivisa in due tronconi, di circa un chilometro, e al tempo in cui Duga era pienamente operativo vi lavoravano fino a millecinquecento persone.

A fianco degli enormi pali di ferro corre un tunnel di pari lunghezza nel quale erano dislocate le apparecchiature per manovrare la struttura, i primi rudimentali computer, e sotto al tunnel vi è un altro camminamento, dove passavano i grandi cavi di alimentazione.

I chilometri di foresta che lo circondano rendono impossibile la visuale dalla lunga distanza, e solo quando si accede nei cancelli del sito, rigorosamente sorvegliati dai militari, si inizia a scorgere la sommità delle antenne che spuntano dagli alberi.

Il misterioso segnale divenne oggetto di numerose congetture, tra le quali si arrivò a ipotizzare che l’imponente struttura fosse stata costruita nei pressi della centrale nucleare di Chernobyl per sfruttare l’energia dei quattordici reattori previsti, e addirittura che si trattasse di un impianto capace di interferire con fenomeni atmosferici in determinate aree del pianeta.

Il Duga-3 venne dismesso un paio di anni prima del crollo dell’URSS perché ritenuto tecnologicamente obsoleto ed economicamente insostenibile.

Oggi è rimasto tutto come congelato nel tempo, in parte avvolto nella ruggine ma quasi intatto grazie al fatto che si trova nella zona di esclusione di Chernobyl, e quindi vietata a chiunque e pattugliata dai militari: una vera icona della Guerra Fredda.


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