La storia
Erano gli anni settanta quando la Union Carbide, leader mondiale nella produzione di pesticidi per l'agricoltura, decide di aprire una propria filiale indiana. Su un mercato così vasto da sfruttare, sembra che la presenza diretta sul territorio sia più proficua, così in tutta fretta apre i battenti quella che i miserandi indiani definiscono "la bella fabbrica". Non hanno mai visto nulla di simile e, anzi, questa appare come una grande occasione, di sopravvivenza più che di riscatto.
Viene scelta una zona ai margini dell'antica città di Bhopal, capitale del Madhya Pradesh, dislocata a mille metri di altezza, con un milione di abitanti (quasi un milione e mezzo secondo le stime demografiche attuali) a maggioranza musulmana. La città conserva le vestigia di una civiltà evoluta governata per un secolo da quattro sovrane musulmane illuminate, le Begun, le quali, discendenti del tollerante e progressista Impero Moghul, avevano imposto l'istruzione gratuita, l'emancipazione delle donne e l'aggregazione del popolo attraverso le arti.
Con la connivenza delle autorità locali e di alte sfere dell'amministrazione statale viene concesso il permesso di impiantare la fabbrica nell'area prescelta, una vasta area - soprannominata la spianata nera - ad alta densità. Il quartiere periferico è situato in prossimità della ferrovia e adiacente ad uno slum - l'Orya Basti -, ovvero le baraccopoli in cui milioni di indiani vivono sotto la soglia della povertà, e malgrado il degrado con una imparagonabile dignità.
La società che sotto l'insegna della losanga bianca e blu ha fatto del concetto di sicurezza il proprio motto, si dimostra subito generosa e tollerante nei confronti dei propri dipendenti; la fedeltà si compra ammettendo le abitudini e la libertà sfamando l'indigenza, questo è l'oscuro lato umanitario di un proficuo progetto industriale.
Il prodotto inventato nei laboratori di ricerca americani si chiama Sevin e, stando a quanto dicono gli scienziati che vi hanno lavorato a lungo, è un vero gioiello della chimica moderna che può essere anche spruzzato sugli abiti e perfino ingerito senza provocare danni, destinato quindi a soppiantare l'incriminato ddt che padroneggia da tempo il mercato.
Nell'ambiziosa quanto faraonica progettazione gli amministratori prevedono un ciclo continuo in modo da ridurre i rischi di stoccaggio di enormi quantità di sostanze chimiche ad alto rischio di tossicità, tra le quali il letale isocianato di metile, detto in breve MIC.
L'impianto non raggiungerà mai la piena capacità produttiva per il quale è stato progettato, cinquemila tonnellate di Sevin all'anno, poiché i contadini indiani, che lottano tra siccità e inondazioni, non hanno risorse sufficienti per fare fronte anche alla problematica dei parassiti. Il gigantesco mercato del sub-continente indiano non riesce ad assorbire le quantità di prodotto che erano nelle aspettative di vendita della società statunitense, quindi i magazzini e soprattutto le cisterne della fabbrica si riempiono all'inverosimile, o meglio alla follia.
All'inizio degli anni ottanta vengono progressivamente abbandonati tutti i sistemi di controllo fino alla decisiva  chiusura della fabbrica. I pannelli di monitoraggio e le tubature corrose non sono sostituiti, l'impianto di refrigerazione delle vasche interrate che contengono il MIC viene disattivato malgrado l'avvertenza che la conservazione del liquido richiede di rimanere ad una temperatura costante di circa zero gradi, e infine viene spenta la fiamma pilota che arde in cima alla torre di combustione, destinata a bruciare i gas che dovessero fuoriuscire in caso accidentale. Però vengono lasciate ingenti quantità di sostanze chimiche stoccate nei magazzini e nelle cisterne poiché è opinione della società che uno stabilimento non funzionante non può provocare danni o nuocere a nessuno.
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, durante il lavaggio di alcune tubature di scarico da parte di pochi lavoratori lasciati a sorveglianza dello stabilimento e a una minima manutenzione dell'impianto, l'acqua entra in contatto con il MIC sprigionando una devastante reazione chimica a catena. Gli operai, inesperti e senza addestramento poiché provenienti da un diverso stabilimento, non comprendono la gravità della situazione nel sentire l'addensamento nell'aria di quel pestilenziale odore di cavolo lesso. La corrosione dei giunti e delle tubature permette perfino all'acqua, che non riesce a defluire dai tubi di scarico, di penetrare nella vasca più grande dove si trovano in giacenza circa quaranta tonnellate di MIC. A quel punto qualsiasi provvedimento è vano e si sprigiona una gigantesca nube tossica che viene vomitata fuori dalla fabbrica. I venti inizialmente spingono la nube sullo slum provocando la morte quasi immediata di migliaia di persone. Poi non viene risparmiata neppure la vicina stazione, affollatissima, dove gli addetti allo scambio ferroviario tentano invano prima di fermare i treni in arrivo, e poi di farli proseguire senza sostare sulle banchine al fine di non fare avvolgere anche i vagoni colmi di gente dalla mortale nube tossica.
Gli effetti della nube sulle persone sono micidiali e senza scampo: difficoltà respiratoria, cecità assoluta, morte immediata. Un'apocalisse di convulsioni e soffocamenti nel sonno o nella fuga; le donne persero anche i figli ancora in grembo durante la folle corsa per sfuggire, inutilmente, all'ecatombe.
La Union Carbide asserì che quella notte ci furono 3.800 decessi, i sopravvissuti stimarono 8.000 morti sulla base dei racconti raccolti, gli operatori comunali che raccolsero i corpi parlarono di 15.000 cadaveri seppelliti in fosse comuni o bruciati su pire di massa. In verità nessuno potrà mai dire quante persone abbiano perso la vita quella notte.

L'esperienza
Sono sbarcato a Bhopal una mattina presto, accingendomi a visitare la città con la solita curiosità di conoscenza e apertura d'animo con cui sono sempre entrato in questo Paese, grande sotto tutti gli aspetti.
E' l'inizio di novembre, il monsone è oramai passato e un autista di risciò mi spiega, additando un corteo di donne in sgargianti sari, che questo è un periodo propizio per i matrimoni.
L'India è innanzi tutto un luogo fatto di umanità dove si incontrano persone a qualsiasi ora del giorno e della notte, e questa città non fa eccezione. Eppure c'è un attimo in cui ogni città sembra svegliarsi e animarsi, il momento in cui aprono gli esercizi commerciali e la gente esce per andare a lavorare. Ecco, in India quel momento è l'esasperazione del caos, l'estremo, come in ogni suo aspetto. Era prima di quel delizioso momento in cui il sole ha appena iniziato a riscaldare l'aria e dorare le case che sono uscito dal mio albergo, immettendomi nella strada polverosa per iniziare la visita della città. Più tardi, ripassando da quella stessa strada, non sarei riuscito ad attraversarla tanto era frenetico il traffico.
Solo i libri di storia sembrano contenere gli splendori narrati di questa città. L'inquinamento, per altro tipico di tante altre metropoli indiane, aleggia come un monumento all'incidente che ne ha sconvolto il pacifico equilibrio trent’anni fa.
Il caotico quartiere musulmano non riserva niente di diverso con le sue anonime e fatiscenti moschee. Nel mercato si trovano le solite macellerie che espongono le carni all'aperto affiancate da negozi di stoviglie in rame piuttosto che sartorie dove cuciono sari dietro ridicoli cartelloni pubblicitari di abbigliamento all'occidentale. I motorini che si districano tra i pedoni e i carretti dei venditori ambulanti di frutta a noi sconosciuta. Templi induisti ad ogni angolo dove si trova sempre qualcuno a fare un'offerta e pregare chissà quale divinità. Ed anche qui capita che qualcuno ti fermi per farsi fotografare, un sorriso  donato senza chiedere niente in cambio, lo scatto di un attimo destinato a disperdersi come il fiore lasciato alla corrente del fiume ogni mattina per il rituale di preghiere sui ghat. Ecco, anche questo è l'India: tutto ha valore, ma niente è essenziale.
Senza pretese però era anche mia intenzione cercare i luoghi della memoria che hanno reso Bhopal tristemente celebre nel mondo, e invece ho trovato quella memoria scolpita nelle persone che ancora portano addosso i segni della catastrofe. Non è solo un infausto ricordo quello che aleggia in questa città, bensì una infame verità che non cessa di esistere.
Come prima tappa mi sono recato alla stazione che nel mio immaginario rappresentava un emblema dell'estremo tentativo di salvataggio di vite umane in quella fatidica notte.
Per un attimo istintivamente lo sguardo è corso lungo i binari come a cercare quell'eroico capo stazione che da solo cercò di fermare un treno in arrivo andandogli incontro con una lanterna in mano. Poi il miraggio nei miei occhi è stato interrotto dallo sferragliare di un treno che entrava in stazione trainato da una lunga motrice d'altri tempi che dava un senso di robustezza e grande capacità di traino. La motrice era adornata da lustrini e ghirlande di paillettes e, sorridendo benevolmente, mi è sovvenuto il pensiero che solo in India si possono vedere certe cose.
Oggi la stazione è indubbiamente stata modernizzata e svetta perfino un camminamento sopraelevato che conduce ai vari binari. Ma questa è la terra dei contrasti, dove il moderno si fonde con l'antico, dove il nuovo nasce già vecchio, dove l'innovazione non cancella la storia. Quindi sulle banchine si trovano intere famiglie con enormi bagagli in attesa dei treni, e sui marciapiedi si vedono disperati a dormire avvolti in una semplice coperta che rappresenta tutto ciò che possiedono.
In fondo alla stazione però si erge ancora la palazzina che ospitò decine di persone in cerca di riparo dalla nube tossica che quella notte stava avvolgendo la città nella sua spirale di morte. E prima che due solerti poliziotti che imbracciavano con fierezza i loro kalashnikov disarmassero la mia macchina fotografica intimandomi di allontanarmi, sono riuscito a scattare una foto dell'edificio che sembra dimenticato in quell'angolo di stazione ferroviaria.
In questi ultimi decenni è stato tutto un proliferare di cliniche: il bisogno aguzza l'ingegno, o meglio la disperazione muove l'imprenditoria. Lo studio di una commissione medica internazionale ha addirittura stimato che ci sono più posti letto ospedalieri pro-capite a Bhopal che in ogni altra città del mondo. Eppure c'è una clinica che, nata all'alba di questo trentennio, ancora cura gratuitamente i sopravvissuti dell'incidente e soprattutto coloro che portano sintomatologie riconducibili alla contaminazione causata dall'evento: i figli dei figli che nascono già malati, deformi o con tumori. Le malattie non sono endemiche, ma croniche per chi vive in questa zona, e si tramandano maledettamente come un'eredità cromosomica.
Non è facile trovare la Sambhavna Clinic nel dedalo di stradine polverose e sconnesse del centro città. Il nome è una parola composta in sanscrito e hindi che significa possibilità e compassione.
La clinica, si trova in questa nuova sede da otto anni ed è stata costruita su un appezzamento di terreno di circa un ettaro, proprio nel cuore della zona maggiormente colpita dai gas. Circondata da alberi e piante rampicanti che donano l'aspetto di una pacifica oasi, rappresenta una tranquilla realtà eco-sostenibile dove le persone affette dai mali causati dall'esposizione ai gas vengono accolti e curati dagli oltre cinquanta membri del personale, molti dei quali sono proprio sopravvissuti che apportano sia l'esperienza vissuta sulla propria pelle, sia la formazione ricevuta dei medici che nel tempo si sono adoperati per questa causa.
Sul registro che ho firmato all'ingresso risultava che non ero il solo europeo ad essere entrato in quei giorni, e mi piace pensare che qualcuno anche al di là dell'oceano non ha dimenticato questa immane tragedia che ancora oggi impone conseguenze così inumane.
All'ingresso una giovane ragazza attendeva di entrare, probabilmente un consulto come ho immaginato notando una certa apprensione. La guardia invece mi ha salutato con un sorriso e, dopo aver chiesto il motivo della mia presenza, mi ha condotto nell'ufficio di una responsabile. La Signora Shahanaj mi ha immediatamente domandato il motivo per cui mi trovavo li, ed evidentemente la spiegazione è stata esaustiva visto che mi ha permesso di girare e fotografare nella clinica.
Shahanaj è stata gentilissima, e in un inglese impeccabile mi ha anche concesso per un breve momento di conversare insieme. Così ho scoperto che nella clinica vengono coltivate novanta tipi di piante necessarie per produrre farmaci ayurvedici. La tradizionale medicina ayurvedica, utilizzata fin dall'antichità e presente ancora oggi in India fino al punto da essere stata integrata nel sistema sanitario nazionale, viene affiancata dalla medicina occidentale, specialmente nei problemi in cui è richiesta assistenza sanitaria ginecologica e psichiatrica. Purtroppo il tempo a disposizione è finito presto e Shahanaj mi ha invitato a seguirla nell'infermeria con una determinazione ostinata vestita da un sorriso smagliante. E' un modo tutto indiano di comportamento che assimila un forte carattere ad una dolcezza smisurata, per certi aspetti disarmante per noi occidentali, ma apprezzabile nel contenuto quanto affascinante nella forma. Non c'era niente da nascondere, solo qualcosa da fare, ed ho pensato che per fortuna c'è ancora qualcuno che fa qualcosa. Era importante parlare con me perché avrei conosciuto e magari divulgato la triste realtà di quell'angolo di mondo, ma in quel preciso momento erano più importanti le persone che attendevano pazientemente in una lunga fila i farmaci per curarsi.
Le due stanze dell'infermeria sono colme di scatole di medicinali e barattoli di polveri ayurvediche, e Shahanaj maneggia tutto con padronanza. Mi spiega che anche quello fa parte del suo lavoro, e la mia impressione è che lo svolga con leggiadra disinvoltura avvolta nel suo semplice sari. Le persone che si presentano al vetro dello sportello portano sul volto i segni della sofferenza, e attendono muti che Shahanaj gli porga la scatola o la boccetta, decisa nel gesto quanto generosa nel donare nuovamente un sorriso, quasi che anche quello faccia parte della cura.
Neppure il Dottor Sarangi, uno dei fondatori della clinica, aveva molto tempo da dedicarmi, eppure ha voluto conoscermi. Anche lui era molto impegnato con le visite e mi ha ricevuto in una semplice stanza in cui alcuni pazienti attendevano di parlargli. Sembrava sapesse già tutto, che sentisse chi sono o lo spirito che mi anima, ma poi ho pensato che forse non era altro che pragmatismo, frutto dell'esperienza di tante persone passate in precedenza. Comunque sia mi ha guardato negli occhi e senza indugio ha scritto con il vecchio computer una lettera di raccomandazione da presentare all'ufficio di Polizia addetto al rilascio di ingresso nel sito della Union Carbide, oramai un terreno di proprietà governativa sul quale vigila l'organo di pubblica sicurezza. Congedandomi gli ho stretto la mano, poi la ho messa sul cuore, come spesso si usa fare, specialmente in India, per ringraziare.
Uscendo dalla clinica ho visto la cassetta delle donazioni. Nessuno mi aveva chiesto niente, anzi l'accoglienza era stata di per se un dono. Istintivamente - e in verità anche inconsciamente visto che ancora dovevo rimanere in città - ho messo la mano in tasca e ho inserito tutto il denaro che avevo nella cassetta, senza che nessuno mi vedesse, proprio come si comportano loro.
Lo "scontro" con la burocrazia e l'indolenza indiana è stato più difficoltoso rispetto ai mansueti sorrisi riservati nella clinica. Fermamente deciso ad ottenere il visto di ingresso al sito della Union Carbide ho adottato il metodico sistema indiano della non violenza con gli stessi indiani. Non accettando il rifiuto per ingiustificabili motivi sono stato irremovibile, ma sempre col sorriso sulle labbra, nel tentare di convincere i tre funzionari e l'attendente, un vecchietto sdentato e scalzo che si occupava delle fotocopie. In verità non so se sia stato il mio atteggiamento a convincere i funzionari, ma infondo cosa importava, avevo ottenuto il lasciapassare e mi sono precipitato alla fabbrica. Prima di uscire però mi è stato raccomandato di consegnare il visto al doganiere unitamente al passaporto all'uscita dal Paese, al quale ovviamente poi non è minimamente interessato, e hanno precisato che il documento conteneva anche il pieno scarico di responsabilità del Governo Indiano. Peccato fosse scritto in hindi e quindi illeggibile per me che pure lo avevo firmato e scoperto, solo più tardi attraverso la traduzione di un amico indiano, che non avrei potuto fotografare.
Entrando in quel vecchio muro di recinzione, suggestione o meno che sia, ho provato un certo timore nel calpestare il terreno. Ho percorso il lungo viale in silenzio, seguendo la strada che puntava verso i resti della torre ancora visibile a distanza. E dopo alcune curve mi è apparso il grande mostro del quale non rimane altro che la silhouette, uno scheletro di tubi arrugginiti e vasche di stoccaggio dei mortali liquidi chimici. La boscaglia che avanza sembra inghiottire i resti di quella fabbrica della morte, quasi volesse cancellare le tracce dell'immane disastro.
Il poliziotto che intanto mi ha seguito provvede a ricordarmi i rischi che si corrono entrando e che è assolutamente proibito salire sulle scale rimaste, poi si dilegua con il cellulare in mano. Lo rivedrò solo più tardi sulla strada del ritorno per offrirmi, naturalmente previa pagamento, un passaggio con il motorino che ho cortesemente rifiutato.
Il silenzio regna sovrano come il vuoto, e percorrendo i resti degli edifici si ode soltanto il rumore dei propri passi che schiacciano le macerie crollate e il crepitio della ruggine che ogni tanto piove sulla testa.
Non c'è poi molto da scoprire anche negli anfratti, è tutto li ciò che resta del gioiello di ingegneria dell'industria chimica. Inutile anche chiedersi a cosa servisse quel dedalo di tubature, il fascino adesso è dato solo dalla luce del sole che al tramonto esalta l'ossidazione della ruggine.
Mentre mi incamminavo verso l'uscita mi sono ricordato di un articolo letto recentemente che racconta alcune incaute storie riguardanti questo sito. Bambini che trovando pertugi nel muro di recinzione sono stati visti giocare tra le macerie, disperati in cerca di materiale da riciclare o per costruire baracche, perfino una donna che pascolava il gregge di capre, e mi è sovvenuto il pensiero che la fame non teme il terrore.
Fotografando la fabbrica a distanza mi sono accorto di un anello di nebbia che la circondava. Suggestiva l'immagine, ma non si tratta del fantasma della nube tossica. I resti di quella tragica notte sono solo tramandati nei racconti della gente, nell'invisibile contaminazione del luogo e nelle tangibili radiografie delle persone.

Le conseguenze
Le stime odierne parlano di circa 120.000 malati cronici, mentre nel tempo sono morte oltre 25.000 persone di malattie da imputarsi direttamente alle esposizioni dei gas e indirettamente all'inquinamento ambientale.
La Union Carbide è stata acquistata nel 2001 dalla multinazionale Dow Chemical, acquisendo attività e passività, ma anche il nuovo proprietario si è sempre rifiutato di ripulire il sito, risarcire adeguatamente le vittime e rivelare i dati di ricerca sulla composizione delle sostanze chimiche utilizzate nella fabbrica di Bhopal, adducendo la motivazione che si tratta di un segreto industriale e che comunque non è responsabile dell'incidente. Intanto, mentre vecchi e nuovi dirigenti eludono colpe e rigettano responsabilità con spietata riluttanza, per quel segreto industriale ancora oggi muoiono persone ogni giorno. Eppure Dow Chemical si è assunta la responsabilità della Union Carbide nel caso di esposizione all'amianto negli Stati Uniti; viene da domandarsi perché negarla in India?
Condividere le informazioni aiuterebbe certamente a curare gli effetti. In aggiunta occorre registrare il fallimento del sistema ufficiale di cure approntato dall'assistenza sanitaria nazionale e la sospensione nel 1994 da parte del governo indiano di tutte le ricerche sul monitoraggio della salute a lungo termine. Malgrado tutto l'impotenza sarebbe di per se già stimolante, ma l'indifferenza è certamente disarmante.
La Sambhavna Clinic ha sempre rifiutato finanziamenti da aziende e governi poiché trattare con queste strutture corporative vuole dire sottostare alle loro richieste che inevitabilmente rimettono, prima o poi, in un modo o in un altro, il conto dei soldi spesi: dietro la falsa facciata della filantropia chiedono sempre qualcosa in cambio.
A fronte di una richiesta per danni di tre miliardi di dollari da parte dei comitati per le vittime, la Union Carbide versò nel 1989 una somma di 470 milioni di dollari, ovvero una cifra pari a circa 500 dollari per familiare superstite. L'amministratore delegato Warren Anderson fu dichiarato contumace dalla magistratura indiana in quanto non si presentò mai davanti alla corte che lo accusava di strage. Dal canto suo il governo indiano esitò a formalizzare l'estradizione per paura dei contraccolpi da parte degli investitori stranieri. Anderson è deceduto nel 2014 da pensionato nel suo "esilio dorato" degli Hamptons, ancora latitante a seguito di una condanna per omicidio da parte della giustizia indiana. Non c'è da biasimare la popolazione locale se ha perso fiducia nei confronti dei politici nazionali e non stupisce il pacifico risentimento verso la giustizia internazionale. A questo punto, dove neppure milioni di morti fanno più notizia, pare ovvio che nel sistema della globalizzazione le strutture giuridiche internazionali proteggono soltanto le multinazionali.
Le falde acquifere in un notevole raggio di distanza dall'epicentro dell'incidente sono contaminate così profondamente che probabilmente anche una efficiente bonifica sarebbe un'azione vana. L'implicazione è palese: bere e lavarsi con acqua infetta provoca danni irreparabili alla salute. Ma l'impatto ambientale, per quanto risulti a livelli di contaminazione esponenziali ed in elevata progressione nel tempo, è solo l'ultimo atto degli orrori provocati dalla nube tossica.
Definire quello di Bhopal il più grave incidente industriale nella storia del mondo è già un eufemismo. Si dice che i fortunati siano quelli morti, gli sfortunati i sopravvissuti.
Purtroppo non sempre è vero che la storia insegna all'uomo, e l'egoismo umano spesso riprende il sopravvento. Tanto è stato scritto su questa terribile vicenda, ma la memoria sembra essere labile e spesso discriminante per certi popoli la cui vita non ha un valore inferiore solo perché gridano meno forte di altri o perché non nutrono sentimenti di vendetta, eppure l'uomo non è mai così diverso, e Bhopal non è così distante.


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