È ancora buio quando usciamo dalla ger, la grande tenda circolare tipica della Mongolia, e, malgrado sia la stagione estiva, il freddo pizzica le guance. Mentre sorseggiamo un caffè sul prato coperto dalla brina, Gankhuikh, la guida che ci accompagnerà, sta preparando le bisacce con i viveri necessari per qualche giorno. Siamo arrivati a Tsaagan Nuur ieri con il sole, ma purtroppo adesso, nel chiarore dell’alba, si scorgono minacciose nuvole, gonfie come ho visto solo in Mongolia dove i cieli sono così maestosi da sembrare dipinti. Proprio oggi deve piovere, sussurro un po’ impensierito a Leila, la traduttrice che dovrà seguirci in questo arduo viaggio, proprio oggi che ci attendono circa dieci ore di cavallo tra fitti boschi e impervie montagne. Lei scuote le spalle, più eccitata dall’idea di montare in sella che dal turbamento di un temporale, e mi risponde che partiremo comunque, come se la cosa dovesse rassicurarmi. Del resto lo sapevo, da queste parti le condizioni climatiche possono arrestare i mezzi meccanici, ma non fermano quasi mai le persone e gli animali, e per raggiungere la meta di questo viaggio essi sono necessari perchè nessuna jeep o elicottero riuscirebbe a muoversi nella Taiga.

Affacciato sul Terkhiin Tsaagan, chiamato anche il lago bianco, Tsaagan Nuur è un villaggio di case in legno, con qualche costruzione in mattoni, a circa duemila metri di altitudine. Non ci sono strade, e quando piove si cammina nel fango. Il giorno prima abbiamo vistato al distretto militare i permessi di ingresso richiesti mesi prima al governo mongolo tramite l’amico antropologo David Bellatalla, famoso da queste parti per aver salvato il popolo delle renne dalla brucellosi che negli anni novanta stava decimando questi incredibili animali. È severamente vietato entrare nella riserva senza questi documenti e, dato che siamo nel Paese di Gengis Khan, non voglio neppure sapere quali sarebbero le pene per i trasgressori. Allo spaccio del villaggio ho comprato per una discreta cifra anche una bottiglia di vodka, la migliore mi ha assicurato la commessa dal volto scavato dalle rughe che gestisce il piccolo negozio ricolmo di merci di ogni genere. Eppure dall’etichetta strappata e dalla polvere sul vetro scuro ho l’impressione che questa bottiglia sia invecchiata con l’anziana signora. Gankhuikh invece sembra apprezzare molto il mio acquisto a giudicare dalla cura con cui adesso ripone il prezioso nettare, utile per il freddo almeno nel mio immaginario, al sicuro nelle sacche di pelle di yak.

Trascorriamo le prime due ore percorrendo la pianura che conduce alle pendici dei primi monti Sayan. Eppure guardandoli da Tsaagan Nuur sembravano tanto vicini, ma in questo immenso paese anche l’infinito è un miraggio. La statura media delle persone in Mongolia è assai inferiore alla mia, e già dopo qualche centinaio di metri mi accorgo che le cinghie delle staffe sono troppo corte per le mie gambe. Gankhuikh le ha allungate al massimo dalla sella prima di partire, ma già adesso ho le ginocchia doloranti perché non riesco a distendere le gambe e immagino subito che da qui a sera sarà tutto un tormento, per non parlare delle rigide selle di cuoio alla mongola il cui unico dono è quello di rassodare le natiche. In compenso il mio cavallo è abbastanza docile e si lascia guidare dove lo indirizzo, almeno fino a quando non trova dell’erba che lo attira a tal punto da non sentire più la briglia e gli speroni. È una battaglia persa, dunque ogni tanto lo lascio fare, dopo tutto anche lui dovrà trasportarmi e sopportarmi fino alla non facile meta da raggiungere, e poi ci sarà tempo per strigliarlo e spronarlo nei momenti più difficili.

I primi raggi di sole hanno appena iniziato ad accarezzarmi il collo quando Gankhuikh gira improvvisamente e senza preavviso dentro una intricata selva. Certamente lui conoscerà la strada, penso tra me con una fiducia più cieca che razionale, anche se in verità non c’è traccia neppure di un misero sentiero. Ma in fondo questi spazi sconfinati sono come la sua casa, e in qualche modo invidio la sua padronanza di libertà in una natura così selvaggia.

La boscaglia è così fitta che non si scorge più il cielo. A malapena il cavallo riesce a passare tra gli alberi, non è lo stesso per il cavaliere e le fronde mi sferzano il viso in ogni istante. Avanziamo lentamente, non tanto per la salita che sarebbe comunque già abbastanza impegnativa, quanto per il fango, dovuto alle abbondanti piogge della settimana precedente, in cui affondano le salde zampe dei destrieri. D’istinto l’animale rasenta i tronchi dove le radici consentono un appoggio migliore, e io temo per le mie gambe messe a dura prova ogni volta che sono costrette a strusciare sui ruvidi fusti.

Giungiamo ad una radura e Gankhuikh decide di fermarsi un attimo per farci riposare. Sdraiato sulla nuda terra che apprezzo come mai mi era accaduto, il mio sguardo vola tra le dense nuvole bianche che ammantano il cielo, e un rivolo di sudore mi attraversa la schiena come un serpente che striscia sull’erba. Gankhuikh sembra fresco come quando siamo partiti e, dopo aver legato i cavalli ad un palo vicino alle renne, si infila nella tenda della prima famiglia di Tsaatan che incontriamo. Del resto siamo in Mongolia e l’ospitalità è la cosa più naturale che esista. In nessun altro luogo al mondo capiterebbe di entrare in casa di estranei senza neppure chiedere il permesso e per tutta risposta vedersi apparecchiare la tavola.  Decidiamo di entrare anche noi e immediatamente ci viene offerta una tazza di airag (o kumis nell’antica lingua), il latte di giumenta fermentato dal sapore particolarmente acre che non manca mai nelle dispense mongole; solo dopo la padrona di casa ci chiede chi siamo e cosa facciamo lì. Intanto mentre mi viene passata la ciotola che ha già fatto il giro della urtz di mano in mano affinché tutti bevessero, non posso fare a meno di ripensare alla storia della brucella che aveva infettato le renne raccontatami da David a Ulan Bator.

Rimontiamo a cavallo spruzzati da una leggera pioggerellina. Gankhuikh ha fretta di ripartire perché teme che il buio ci colga prima del nostro arrivo, e anche questo è fonte per tutti di una lieve ansia. Il tratto di strada che affrontiamo adesso è una pianura acquitrinosa verde smeraldo, immersa in una gola tra due possenti pareti. Incitati dalla nostra esperta guida, cerchiamo di spronare i cavalli, “ciù ciù” come gridano i cavalieri mongoli, ma il terreno è davvero insidioso e gli animali fanno molta fatica a schivare queste grosse voragini piene di acqua, spesso ricoperte da muschi e licheni, o ad alzare gli zoccoli quando, con non pochi pericoli, ci finiamo dentro. Finalmente riusciamo ad attraversare l’altopiano, ma le difficoltà non sono finite. Adesso ho dolori ovunque e temo anche di domandare quando arriveremo. È pomeriggio inoltrato e oramai non sento più le gambe, eppure dobbiamo sbrigarci ad inoltrarci in un'altra selva e guadare un copioso torrente nel quale abbandono briglie e speranze, lasciando che il cavallo lo attraversi come desidera. In fondo anche tutto questo sforzo fa parte del viaggio, perché il percorso affascina e sorprende quanto la meta da raggiungere, e questa incredibile esperienza rimarrà impressa nella nostra memoria come le fotografie che stamperemo al ritorno.

Finalmente giungiamo all’accampamento della famiglia di Tsaatan che ci ospiterà per alcuni giorni. È quasi notte e scendendo da cavallo mi accorgo che gli arti inferiori tremano come foglie mentre il busto è diventato un pezzo unico con il bacino. Gankhuikh ci presenta alla famiglia che ci accoglie come fossimo amici di vecchia data. Ulzii e Tuya sono una coppia apparentemente giovane, ma credo sia impossibile dargli un’età; il tempo da queste parti è più impietoso del meteo. Dei quattro figli invece, malgrado lo abbiano ripetuto tre volte, non riesco ad afferrare il nome, impronunciabile.

C’è appena il tempo di mangiare qualcosa, un’indecifrabile zuppa con pezzi di carne di renna essiccata, e del suutei tsai, il tè salato al quale non credo mi abituerò mai. Rimpiango un po’ gli ottimi buzz (ravioli ripieni di carne di montone macinata) degustati ieri a Tsaagan Nuur, ma sono talmente stanco da non sentire più neppure i sapori. Poi, stremato, mi sdraio nella urtz, la tenda che ricorda i tepee indiani del nord America, addormentandomi nel frastuono del silenzio assoluto che solo la natura più selvaggia e in quota può donare. Solo al risveglio mi accorgo di aver dormito su un tappeto poggiato direttamente sulla nuda terra, che per altro rappresenta l’unico letto che mi cullerà nei prossimi giorni, e che, quasi per magia, non mi trovo nella stessa posizione in cui mi ero addormentato. La causa è il permafrost, ovvero questo particolare terreno presente prevalentemente nelle regioni gelide, che si muove continuamente a causa delle falde acquifere sottostanti dovute al disgelo.

Gli Tsaatan, letteralmente tradotto come “uomini renna”, sono un’etnia che vive nella Taiga siberiana all’estremo nord della Mongolia, uno dei territori più remoti e impervi del pianeta. L’origine di questo piccolo popolo, oramai ridotto a circa trecento persone, è alquanto incerta data la totale assenza che ne certifica la provenienza.

Questa minuscola società non è obbligata a rimanere nella Taiga, la loro è una scelta. Potrebbero trasferirsi nei centri abitati più a valle, ma c’è qualcosa che noi non possiamo vedere e  comprendere. Nella Taiga ci sono i loro antenati, ovvero una parte di loro stessi, e abbandonare la terra e gli animali sarebbe come spezzare un legame indissolubile, che non è un’eredità degli avi, bensì un impegno verso i figli. Inoltre qualsiasi regola o edificio sarebbe una costrizione, mentale e fisica, insopportabile per l’animo di questi esseri umani, una sofferenza più profonda che vivere in una prigione.

Il nomadismo di questa piccola comunità non è legato alla ricerca di pascoli freschi per i propri armenti poiché questi territori garantiscono cibo per gli animali in ogni stagione. Spostare il campo per queste famiglie che vivono in simbiosi con le renne, invece, rappresenta piuttosto un itinerario ciclico, annuale, che rafforza il legame con le proprie radici, date appunto dall’ambiente e dagli antenati.

La mattina ci svegliamo prima che il sole spunti tra le montagne. Mentre mi chiudo la giacca a vento imbottita, vedo i bambini giocare a piedi nudi nel ruscello, e tremo solo al pensiero dell’acqua gelida. Tuya è già al lavoro, sta mungendo una renna, e con un bel sorriso ci invita a provare. Mi guardo un po’ intorno e capisco subito che la cosa più emozionante da fare qui è immergersi nel quotidiano di questa gente semplice, così mi avvicino all’animale. Tuya mi insegna come stringere le mammelle, un movimento deciso che lei sembra compiere sempre con grazia, ma dopo vari tentativi mi alzo dal piccolo sgabello di legno: non una sola goccia di latte è finito nel secchio, i miei pantaloni invece sono spruzzati di bianco, e a quel punto il sorriso di Tuya si è trasformato in una gioviale risata. Una renna produce circa tre litri di latte al giorno, molto denso e nutriente ma è pochissimo rispetto a una vacca, quindi è meglio non sprecarne, visto che servirà anche per produrre il formaggio essiccato.

Nella Taiga non ci sono i giorni della settimana, perché ogni giorno ha gli stessi ritmi, scanditi soltanto dalle ore di luce e di buio che alternano tutte le attività a seconda delle necessità del momento senza orari prestabiliti. L’unico calendario in vigore è quello delle stagioni, ma anche questo segna soltanto il ciclico ripetersi della natura. Come per abitudine guardo il mio cellulare rimasto acceso nella tasca del giubbotto. Non c’è segnale, ovviamente, così decido di abbandonarlo nello zaino, provando anche un certo senso di sollievo. Tra queste poderose montagne l’unica connessione possibile è quella con la natura selvaggia e gli esseri che la abitano.

Siamo a circa tremila metri sul livello del mare, l’aria è fresca e pulita, frizzante, tanto da fare davvero venire voglia di respirare a pieni polmoni. A tratti provo un certo senso di smarrimento, ma quando me ne accorgo capisco subito che è dovuto alla permanenza in quota e che basterà solo un periodo di acclimatamento per farlo svanire. In inverno si toccano anche i cinquanta gradi sotto zero con copiose nevicate e, malgrado gli sforzi, non riesco neppure ad immaginare le condizioni abitative in estreme situazioni del genere.

Un pomeriggio, rientrando da una lunga passeggiata nei boschi di conifere, noto con assoluto stupore che i bambini stanno guardando un cartone animato su una piccola televisione spuntata da sotto una coperta. Immediatamente chiedo a Leila di domandare al capo famiglia il motivo di possedere quello strumento di comunicazione, spesso demonizzato anche dalle stesse persone che sembrano non riuscire a farne a meno. L’uomo ci spiega che l’apparecchio, alimentato da una batteria da automobile che si ricarica mediante un piccolo pannello solare all’esterno della urtz, viene utilizzato soltanto dai bambini e quasi esclusivamente per vedere i programmi educativi trasmessi dalla Televisione di Stato e captati da una piccola parabola, probabilmente proprio per raggiungere le comunità più isolate di questo immenso Paese. Dunque anche per queste genti che decidono ogni giorno di continuare a vivere nella natura con l’unica proibizione di non recarle danno, è importante possedere un minimo di istruzione, che va ben oltre il non ammettere l’ignoranza. Quella sera, addormentandomi in compagnia dei miei pensieri, ho capito quanto fosse forte e imperturbabile la scelta di vita queste persone, e il senso etico e morale nello stile di comportamento che li contraddistingue, qualcosa che molto spesso, troppo spesso si perde in quella che amiamo definire società civilizzata.

La stessa sera, al tramonto, Tuya mi invita ad andare con i due figli maggiori a recuperare le renne lasciate libere di pascolare durante il giorno. È un’operazione che si rinnova ogni sera non per il timore che vengano sottratte o scambiate poiché ogni renna ha un anello all’orecchio per essere riconosciuta, quanto proprio per non lasciarle in preda di lupi e predatori durante la notte. Così ci inoltriamo in un bosco rado che conduce al crinale su un’altura. Il bambino è alquanto vivace, mentre la taciturna ragazzina ostenta timidezza anche con gli animali; scoprirò poco dopo che però le renne sembrano dare retta più alla femmina, quasi a dimostrare che la determinazione in Mongolia è appannaggio del sesso debole. Fischiando cerchiamo di richiamare le renne, e dopo una mezz’ora mi accorgo che i due ragazzi sono degli atleti olimpionici al mio confronto: quella che appariva come una semplice passeggiata, si è trasformata in un allenamento da maratona. Arrivo al campo per ultimo, completamente sudato, e Tuya sta ultimando di legare le renne ai pali lasciati a terra vicino alla loro urtz.

Ogni mattina al risveglio vado a sciacquarmi la faccia nel laghetto vicino all’accampamento dove la famiglia a turno va a rifornirsi per cucinare. L’acqua è fredda e mi pizzica il volto, ma dopo qualche giorno mi sono abituato e trovo che anche questo sia un piacere. Differentemente non riesco ad adattarmi ad espletare le funzioni intestinali accucciato dietro un albero, magari però è solo un disagio personale visto che non ho mai apprezzato neppure dopo tanti anni i moltissimi bagni alla turca che ho trovato viaggiando in giro per il mondo. Rientrando dalla mia toilette mattutina, mi colpisce vedere tutti i giorni Ulzii che gioca sdraiato nella urtz con il figlio più piccolo che avrà non più di un paio di anni. È quasi commovente vederli così uniti, ma soprattutto mi fa riflettere il rapporto che si instaura spendendo tutto quel tempo insieme, qualcosa che probabilmente invidierebbe qualche genitore al momento di lasciare i figli all’asilo per andare al lavoro.

Di tanto in tanto Ulzii tira fuori i suoi pochi rudimentali attrezzi e, come un vero artigiano, si mette a intagliare utensili con le corna di renna; a casa ho ancora il coltello con il manico in corno che mi ha regalato prima di ripartire. Di questo animale non viene sprecato proprio nulla. Gli Tsaatan non uccidono le renne per il gusto di cacciare, ma attendono che muoiano naturalmente, e solo dopo una breve cerimonia per liberarne lo spirito, passano a sezionare gli animali. Le corna invece possono anche raccoglierle da terra in inverno, quando la vegetazione nei boschi è più fitta e gli animali, rimanendo impigliati, spezzano pezzi dei loro bellissimi palchi per liberarsi dalle fronde degli alberi. Sono affascinano dalle geometrie che la natura disegna sulla testa di questi animali, alcune sono davvero imponenti tanto da raddoppiarne quasi l’altezza, e rimango stupito quando vengo a sapere che è improprio chiamarle corna poiché si tratta di vere e proprie ramificazioni vascolarizzate ricoperte da una peluria vellutata. La loro crescita è stimolata da ormoni durante la stagione degli amori, sia per combattere tra maschi, sia per attrarre le femmine, e generalmente si rinnovano ogni anno, proprio nella stagione invernale quando sono più fragili.

Stasera il clan si è riunito nella nostra urtz. Non so da dove sia spuntata tutta questa gente, venuta a conoscere gli stranieri provenienti da molto lontano. L’evento è particolarmente gradito anche a noi perché ci dà l’occasione per distribuire le fotografie che David mi ha pregato di consegnare ai suoi amici. Le ha scattate durante il suo ultimo viaggio da queste parti, e noi, diciamo così, siamo i postini del suo omaggio. Tutti sono seduti in cerchio intorno alla urtz, ma nessuno tiene i piedi rivolti verso la stufa che sta proprio nel centro perché è un segno di maleducazione nei confronti degli antenati e della famiglia ospitante. Da scettico, invece, a me viene subito di pensare che sia un’usanza derivata dall’insegnamento di qualche incidente: qualcuno si sarà bruciato. C’è un diffuso brusio mentre si scambiano le foto, poi quando ognuno trova l’immagine che lo ritrae si ammutolisce, rimanendo per attimi infiniti a guardare quel pezzo di carta come fosse uno specchio. Io rimango ad osservarli e, poiché non traspare nessuna emozione dai loro volti, mi domando chissà quale pensiero li stia attraversando. Ma come spesso accade nella vita, ci sono domande che non hanno risposte. Un anziano signore sfrutta le traduzioni di Leila per chiedermi dove si trova l’Italia e prontamente gli rispondo che è in Europa. Ci guardiamo negli occhi per alcuni secondi, poi lui, non riuscendo a capire, incalza domandando se questa Europa sia a destra o a sinistra della Mongolia. A questo punto mi sembra giunto anche il momento di recuperare la bottiglia di vodka comprata a Tsaagan Nuur, e la offro agli invitati che per prima cosa ne versano un po’ a terra in segno di benedizione e offerta agli antenati. Bevono solo gli uomini, e in cinque minuti la bottiglia è vuota. Vedendo il mio stupore, Leila mi fa notare che è normale: per i nomadi tutto ciò che è possibile non trasportare deve essere consumato subito. In estate il sole tramonta alle nove, proprio adesso, e visto che ci sono ancora un paio di ore di luce, tutti gli ospiti riprendono la via verso i loro accampamenti perché nella Taiga quando fa buio si va a dormire.

Li vedo arrivare da lontano. È una lunga carovana di renne cavalcate da una famiglia che sta muovendo il campo. In testa c’è il capo famiglia che porta a tracolla il fucile, un archibugio arrugginito di altri tempi. Lo seguono in colonna la moglie che porta in braccio il figlio più piccolo, ha meno di quattro anni altrimenti condurrebbe una renna da solo, e gli altri membri del clan. Su alcune renne sono state caricate stoviglie, coperte, vestiti, tende e l’immancabile stufa. Si fermeranno più a valle, sicuramente in un punto rivelato dallo spirito degli antenati al capo, e lì monteranno le urtz, con l’ingresso rigorosamente rivolto a sud. Questo lavoro è quasi un rituale religioso al quale partecipa tutta la famiglia; ognuno sembra sapere già cosa fare e si muove in silenzio. Tutti insieme li salutiamo con le braccia alzate e Ulzii mi comunica che anche loro un paio di settimane prima erano quattro monti più a nord; lo spazio non viene calcolato in chilometri, ma in terreno percorso, oppure in tempo necessario a percorrerlo.

Ulzii è sempre di poche parole, oggi invece sembra in vena di chiacchierare, quasi volesse rivelarmi qualcosa da portare via quando me ne andrò, qualcosa di quello spirito magico che aleggia nella Taiga. Mentre vediamo la carovana sfilarci lentamente davanti, mi dice che il capo del clan viene eletto in base a quanto coraggio, generosità, forza e saggezza abbia dimostrato e, visto che non esiste un mandato, rimarrà tale fino a quando non si ammalerà gravemente o morirà. Visto che non ci sono leggi o regole scritte, tutto viene tramandato oralmente, ed è lui che prende le decisioni più importanti e dirime le diatribe, ma non è la sola figura rilevante del clan. Gli Tsaatan sono animisti, legati ad un complesso di credenze affidate allo sciamanesimo. Loro si rivolgono allo sciamano, l’unico che può entrare in contatto con il mondo dell’aldilà, per qualsiasi tipo di cura perché ritengono che quando un corpo si ammala la causa derivi sempre dallo spirito. È da quando sono arrivato che mi ronza in testa una domanda, e poiché proprio lui ha sollevato l’argomento, chiedo a Ulzii cosa avviene davvero quando una persona sta male. Mi risponde che non si ammalano quasi mai, ma ogni volta che occorre utilizzano medicine naturali ricavate dalle piante. Comunque i tempi cambiano per tutti e, in caso di estremo bisogno, si recano nel piccolo ospedale di Tsaagan Nuur, niente di più che una fornita infermeria. Anche le donne che una volta partorivano nelle tende, adesso vengono portate nell’ospedale per fare nascere i propri figli. Ripenso al massacrante viaggio per arrivare fino a li, ai sobbalzi e agli scossoni, e non posso fare a meno di immaginare che qualcuna partorisca direttamente sul cavallo. Visto che abbiamo introdotto l’argomento, chiedo a Ulzii come avvengano le unioni. Con la sua solita tranquillità mi risponde che è sempre l’uomo a scegliere la donna, e proprio non riesce a concepire come nel nostro mondo spesso oggi giorno avvenga il contrario. La cerimonia di matrimonio è molto semplice e prevede una benedizione da parte del capo del clan nella urtz costruita per i novelli sposi e adornata con nastri blu di buon auspicio. Ovviamente in queste occasioni è d’obbligo vestirsi tutti con il dell, il tradizionale abito mongolo dai colori sgargianti. Contrariamente a quanto avveniva nella nostra cultura fino a metà del secolo scorso, qui da sempre è l’uomo a portare la dote nella nascente famiglia: tessuti, stoviglie, l’indispensabile stufa, e naturalmente le renne. Curiosamente Ulzii finisce il suo racconto dicendomi che teoricamente gli Tsaatan si possono sposare anche con gli stranieri, ma che è quasi impossibile perché due persone che non parlano la stessa lingua non hanno alcuna possibilità di rivelarsi vicendevolmente il loro amore.

Adesso però è il mio turno di rispondere e Ulzii mi pone i suoi quesiti, rimanendo stupito di apprendere che da noi l’inverno dura così poco, che le persone abbiano sempre qualcosa da fare, che macelliamo gli animali, che rispettiamo così poco gli anziani e che abbiamo un livello spirituale così basso. Paradossalmente è la nostra vita ad apparire durissima e non c’è il rischio di snaturare lo spirito libero degli Tsaatan, anzi è più probabile che uno straniero, stanco delle condizioni di vita a cui è costretto, decida di rimanere nella Taiga.

Questa mattina andremo in visita ad un accampamento nelle vicinanze. Ovviamente cavalcando le renne, mi rassicura Ulzii, come si trattasse della cosa più naturale da fare. Tutta la famiglia cavalca a pelo, tanto non è molto lontano mi spiega Tuya. A me però hanno riservato un animale sellato. Non occorreva grande lungimiranza per presagire l’ennesimo disastro, specialmente dopo che avevano visto le condizioni in cui sono arrivato con il cavallo solo alcuni giorni prima. Le mie gambe sono troppo lunghe per i cavalli mongoli, figuriamoci per le renne. Entriamo nella urtz dove si trova l’anziana madre di Tuya che vive insieme alla famiglia del figlio maggiore. Naran è cieca da diversi anni, e i sui ottanta anni sono visibilmente scavati nei solchi delle rughe che le attraversano il volto. È seduta a terra, il volto sereno e una lunga treccia di capelli argentati le corre giù per la schiena. Non è mai andata a scuola, ma con una punta di orgoglio mi dice che ha avuto tredici figli che vivono ancora tutti nella Taiga. Dei quattordici fratelli, invece, ne sono rimasti solo due che ancora abitano lì, gli altri sono andati tutti in città. Sono oramai tanti anni che non ha più notizie di loro e con un velo di tristezza mi confessa che non sa neppure se sono vivi. Mi colpisce subito la delicatezza con cui muove le mani e la sensibilità con cui percepisce la nostra presenza nella urtz. Con una commovente dolcezza mi propone uno scambio che definirei culturale: lei intonerà per me un antico canto della Taiga a patto che io le canti una canzone della mia terra. Posso solo aggiungere che il karaoke ha messo tutti di buonumore e ci siamo salutati sorridendo con la mano appoggiata sul cuore in segno di apprezzamento per aver ricevuto il dono di quell’incontro. Prima di uscire dalla urtz, Naran allunga le mani verso di me, e stringendo delicatamente le mie, pronuncia sottovoce qualcosa che mi piace pensare sia una specie di benedizione.

Domani mattina all’alba dovrò ripartire. Mi preoccupa un po’ la discesa a cavallo da queste magnifiche montagne, ma più intenso è il dispiacere di lasciare queste persone.


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