C’è un fragore incessante tra la folla ammassata davanti ai cancelli, centinaia e centinaia di persone in attesa di conoscere cosa ci sia dietro quel filo spinato, cosa significhi quella falsa scritta Arbeit Macht frei, il lavoro rende l’uomo libero.
Poi gli inservienti alzano la sbarra, cala un rispettoso silenzio e tutti entrano muti nel viale principale, solo il crepitio dei passi sul ghiaino fa da sottofondo al reverenziale timore di ciò che si sta per apprendere.
Stiamo per vedere quello che la storia ci ha raccontato, lo toccheremo con mano, e con uno sguardo indelebile.
Per un attimo tutte quelle persone, estranee eppure affini, mi sono sembrate come deportati appena sbarcati da un convoglio ferroviario, intimoriti dall’incoscienza di quello che li aspetta.
Entro al seguito del gruppo a cui sono stato assegnato e la guida inizia ad urlare nell’auricolare la storia dell’enorme campo di concentramento, i luoghi nefasti dove si è consumato il genocidio, sviscerando gli impressionanti numeri a cui non mi abituerò mai.
Attivo dal 1940 al 1945, ad Auschwitz-Birkenau sono state recluse ed assassinate oltre un milione e centomila persone di ogni età, in maggioranza ebrei, ma anche testimoni di Geova, omosessuali, zingari e dissidenti politici.
Il campo era diviso in settori distinti, e ogni blocco al loro interno aveva la sua funzione di degrado e sterminio.
Le foto alle pareti ricordano con disgusto i maltrattamenti, gli stenti per la fame, le sevizie per le torture e gli esperimenti, i tatuaggi indelebili dei numeri sulle braccia con cui le persone venivano marchiate e schedate.
Nelle baracche i giacigli in cui corpi dovevano ammassarsi, e le latrine comuni fanno rivedere le condizioni disumane a cui i detenuti erano sottoposti.
Un brivido mi scende la schiena nella stanza in cui un tribunale seduto ad un tavolo decideva sommariamente la sorte delle persone, ed era sempre una sentenza di morte.
In un blocco adibito a museo sono conservati dietro le vetrine montagne di scarpe, protesi, capelli, effetti personali sequestrati all’arrivo nel campo, perché i prigionieri venivano spogliati di qualsiasi bene e diritto per poi essere rivestiti soltanto con una rozza casacca a righe, e trasformati in indesiderabili senza dignità.
E una speciale vetrina raccoglie centinaia di latte che contenevano il micidiale gas somministrato nelle camere della morte.
Ho sentito la voce della guida gracchiare un’ultima volta nel mio auricolare, poi, davanti al muro delle fucilazioni, ho definitivamente lasciato che si allontanasse con il gruppo, e mi sono volontariamente perso; forse avevo bisogno di sentire intimamente il dolore che ancora aleggia tra quei viali e in quegli squallidi edifici.
Percorrendo il perimetro del filo spinato intervallato dalle torrette di guardia mi sono ritrovato ad una camera a gas attigua al crematorio, ed entrando in quel luogo spoglio e scuro è impossibile non domandarsi cosa avranno provato quelle persone, la paura dell’ignoto che prende il sopravvento sulla speranza di sopravvivere, il terrore di abbandonare la vita in modo così cruento e crudele.
La suggestione è potente, anche perché qui è certo che si è consumato una carneficina. Non ci sono più odori, eppure il puzzo della morte sembra pervadere l’aria.
Auschwitz-Birkenau fu liberato dall’Armata Rossa, e ciò che rimane oggi dovrebbe rappresentare la testimonianza dell’orrore umano e il monito affinchè non si ripeta, ma purtroppo, davanti alle vicende che ancora oggi insanguinano il mondo, sembra che l’insegnamento si sia disperso nell’aria come il fumo denso che usciva da queste ciminiere, e gli olocausti si perpetuano.
Sono uscito in silenzio dal campo mentre tutto intorno il brusio della gente mormorava lo sdegno: ognuno porta con sé il proprio ricordo, reale perché visitare questi luoghi è lontano da qualsiasi retorica.
Auschwitz, dove qualsiasi colore mi è apparso grigio, dove i miei passi si sono fatti pesanti, dove i miei pensieri sono scivolati in profondo, Auschwitz, dove qualsiasi anima rimane toccata.


/portfolio/15/un-giorno