Il 10 ottobre del 648 d.c. il nipote di Maometto, Husayn Ibn Ali, figlio di sua figlia Fatima e di suo cugino Ali, e considerato da alcuni gruppi sciiti come il legittimo successore del Profeta, venne massacrato insieme a settanta persone tra familiari e seguaci durante la battaglia di Karbala in Iraq.
Husayn proveniva dalla Mecca ed era diretto a Kufa, ma venne intercettato dall’esercito del Califfo Yazid che aveva l’ordine di intimargli la sottomissione. Husayn si rifiutò e i soldati li circondarono per trucidarli.
Il resoconto tramandato dai musulmani narra che Husayn rimase solo sul campo con in braccio il figlio trafitto alla gola da una freccia, combatté strenuamente, ma infine fu sopraffatto e cadde a terra esangue.
Il massacro di Karbala è stato l’evento centrale dello scisma tra sunniti e sciiti, ma in verità era già da molto tempo che si discuteva nel mondo musulmano per decidere sulla successione a Maometto.
L’Ashura, che letteralmente significa “decimo giorno”, commemora questo evento, e ogni anno gli sciiti dall’Iran all’Iraq, dall’India all’Afghanistan, dal Libano alla Siria, dallo Yemen al Barhai, manifestano la loro devozione con sfoghi di dolore in un clima di lutto profondo.
Purtroppo l’Ashura è spesso teatro di attentati da parte della comunità sunnita, anche con attacchi di kamikaze che si in passato si sono fatti esplodere causando la morte di decine di persone.
Pianti, preghiere e inni segnano l’empatica sofferenza e il rimpianto di non aver potuto aiutare Husayn nella battaglia, mentre l’autoflagellazione rappresenta il sacrificio che ancora oggi si tramanda tra gli sciiti.
Io ho assistito all’Ashura di Mumbai.

 

La sera nei pressi della moschea due ali di folla accalcata sulla strada guarda sfilare stendardi, reliquie e bare.
Non è facile oltrepassare quel muro umano che si agita freneticamente come se fosse in preda ad un delirio.
Varchiamo i cancelli del luogo sacro con le scarpe in mano, eppure camminare scalzi, come impone la legge religiosa, sulla terra bagnata da sudore e sangue non è la sensazione più forte che ci colpisce.
Nella grande sala gli uomini si muovono in senso circolare con in mano bandiere nere del lutto e verde dell’islam, urlando il proprio dolore e inneggiando ad Husayn.
Il calore e l’umidità sono terribili, e la sala è avvolta in una nube che la fa assomigliare ad un girone dantesco. Perfino le macchine fotografiche stentano a funzionare.
Ci dirigiamo sul retro della moschea dove i ragazzi si esercitano al sacrificio.
Le giovani carni sono intrise di sangue che viene fatto schizzare fuori dalle lame attaccate alle catene fatte volteggiare fino a colpire la schiena.
Qualcuno si ferisce anche alla testa e, su una sedia di plastica da giardino, viene prontamente soccorso e medicato alla meglio.
Non vengono risparmiati neppure i più piccoli, che anzi vengono esortati a provare i passi della pratica, e i bambini, emulatori e incoscienti per natura, non si astengono certamente dal tentativo di autoflagellarsi.

L’evento si perpetua ogni anno, e l’ultimo giorno l’eccitazione è al suo massimo e si aspetta solo il momento culminante.
E’ pomeriggio inoltrato e le strade brulicano di gente esagitata.
La polizia ha recintato il quartiere con possenti transenne gialle alle quali si accalca la folla in attesa.
Il rombo dei tamburi fa da sottofondo alle urla che acclamano Husayn alzandosi sempre più forti, mentre gli stendardi sono lo sfondo alle braccia alzate tra le quali spuntano mani che brandiscono spade e coltelli.
In strada le persone si radunano in cerchio attorno agli uomini che sono arrivati scalzi, la tradizione vuole che questi uomini rimangano scalzi e mangino solo dopo il tramonto per quaranta giorni.
Improvvisamente iniziano a volteggiare spade, pugnali e le catene alla cui estremità sono attaccate le lame.
Alcuni più audaci e infervorati si colpiscono la testa procurandosi maschere di sangue, e tutti si trafiggono la schiena; ci sono schiene che sembrano quadri dalla somma di ferite data da anni di autoflagellazione.
Immancabili i telefonini spuntano ovunque per immortalare le scene più forti che la fede possa mostrare.
Intanto un uomo con una pompa a spalla irrora la zona spruzzando disinfettante sui partecipanti.
Poi tutto si placa, gli uomini intrisi di sangue si lasciano avvicinare come martiri della collettività, la confusione lascia il posto all’osservazione: anche questo anno il sacrificio per la fede è compiuto.


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