La piccola isola di Lambata, situata nell’arcipelago della Sonda a sud dell’Indonesia, è un piccolo gioiello ancora incontaminato e inesplorato.
La barca veloce che conduce all’isola approda sul lato opposto del villaggio di pescatori dove sono diretto e mi costringe a lunghe ore di viaggio su un mezzo approssimativo tra una natura varia e selvaggia.
Si alternano colline con una fitta vegetazione, vallate brulle e boschi di banani, intervallati ogni tanto da splendidi scorci su baie che si affacciano sull’oceano indiano.
La strada è pessima, a tratti un sentiero pericoloso, e viene da chiedersi cosa accadrebbe in caso di incidente o bisogno, ma è meglio non pensarci neppure.
Le abitudini in questa zona del mondo sono alquanto diverse da quelle dove viviamo e alle quali siamo abituati, potremmo definirle bizzarre a un primo superficiale giudizio, e il cimitero cristiano che incrociamo induce indubbiamente alla curiosità e quindi ad una sosta obbligata.
C’è stato un funerale in giornata, e le persone che hanno accompagnato il defunto fino alla sepoltura si sono fermate a banchettare sulla tomba. I bambini giocano tra i monumenti funerari e un gruppo di adulti si è addirittura messo a giocare a carte su un’altra tomba.
Tutte le sepolture sono piastrellate in modi diversi, sovrastate da croci e immagini sacre, e su alcune vengono lasciate delle offerte: è una sorta di sacro mischiato all’animista, ma ciò che appare non è certo una visione della morte esclusivamente all’ombra del dolore. E nella pace, mentre risalgo il pendio scosceso che conduce dal cimitero alla strada, immagino che sia qui dove vengono a seppellire i propri cari gli abitanti del villaggio in cui sono diretto.
All’arrivo a Lamalera il sole è già tramontato e vengo ospitato nella casa di una famiglia su un’altura che domina la baia. L’accoglienza è cordiale e l’alloggio molto spartano, ma la vista è spettacolare, e la notte si scorgono perfino i flutti infrangersi sugli scogli con la sola luce della luna.
L’inquinamento luminoso è praticamente inesistente e il cielo si mostra in tutto il suo splendore denso di stelle.
La mattina presto sulla spiaggia alcuni uomini stanno sezionando il pescato del giorno precedente che verrà equamente diviso secondo un’antica usanza in parti differenti tra i membri dell’equipaggio che lo ha pescato. Poi ognuno provvederà a farlo asciugare ed essiccare direttamente sui pali piantati vicino alle rimesse, oppure fuori dalle proprie case.
Prendiamo il largo sulle barche di legno: salirvi da uno scoglio scivoloso che spunta dal mare e si adagia sulla sabbia è già un’impresa, rimanere a galla sembrerà più tardi ancora più arduo quando vedrò l’anziano marinaio raccogliere l’acqua che continuamente imbarchiamo con un secchiello per rigettarla in mare.
Il capitano è un giovane uomo, ma è difficile dare l’età a certe persone che vivono così duramente, quindi potrebbe essere anche un ragazzo.
Ciò che conta qui non è solo l’abilità nel navigare, bensì anche l’agilità, la forza e il vigore, perché questi uomini pescano ancora i grossi cetacei con la fiocina scagliandola con le braccia, e si gettano direttamente in mare quando occorre finire la preda con il lungo coltello e issarla sulle imbarcazioni.
E’ impossibile definire il coraggio di alcuni uomini davanti allo sprezzo del pericolo poiché il valore della vita in certe parti del mondo è davvero bassissimo davanti alla fame che li spinge ad azioni anche incoscienti.
In piedi sull’asse che sporge dalla prua il fiociniere scruta con attenzione e in silenzio l’orizzonte fino a quando non avvista l’animale da cacciare. Questo uomo, designato in base all’esperienza, è molto importante perché è proprio da lui che dipendono le sorti di sopravvivenza di alcune famiglie.
Ed ecco a un tratto che la barca si anima e ad un cenno del fiociniere i pescatori gli porgono il lungo palo di bambù alla cui estremità è legato l’arpione di ferro, e poi tutti si preparano alla sfida.
La lotta in questi mari non è mai impari perché se è vero che l’uomo si avvale di strumenti da caccia e dello spirito corporativo che unisce i marinai, è altrettanto vero che gli animali si muovono facilmente nel proprio ambiente e si fanno forza delle grosse dimensioni che potrebbero intimorire.
E’ un momento e la prima preda è arpionata con una rapidità fulminante, si tratta di un piccolo squalo di circa due metri.
Lo squalo è un animale duro che combatte strenuamente per molto tempo, non basta un arpione a immobilizzarlo, ed ecco che presto ne viene scagliato un altro, e poi un terzo per riuscire a trattenere il pesce vicino alla barca.
Ma la giovane preda non demorde e per finirla occorre affondare il lungo coltello nella carne mentre è ancora in acqua.
Infine, quando sembra innocuo, lo squalo viene trascinato sulla barca, ma potrebbe essere solo una mera apparenza e per sicurezza gli viene infilato un remo nella bocca.
Lo squarcio che l’animale riporta sulla testa è notevole e perde molto sangue, così il vecchio addetto a togliere l’acqua dalla barca è costretto a gettare in mare secchiate rosse di sangue vivo.
Queste acque sono ricche di pesce durante la stagione estiva a causa delle migrazioni che vi fanno transito, e i pescatori cercano di massimizzare la pesca per accumulare le scorte prima dell’arrivo dei monsoni.
Siamo oramai in mare aperto e la costa dell’isola si scorge in lontananza quando il fiociniere di un’altra imbarcazione avvista un grande pesce luna, un vertebrato che può raggiungere i quattro metri per tre e pesare fino a duemila chili.
Una volta che è stato arpionato occorre amputargli l’enorme pinna dorsale per riuscire a caricarlo a bordo e i pescatori si adoperano con i lunghi coltelli ad tagliarlo sia dalla barca, sia gettandosi nell’acqua gelida.
Poi, quando il pesce è morto, viene trascinato sulla barca con l’ausilio di grossi uncini e, malgrado lo spessore della pelle che può raggiungere i quindici centimetri, viene affettato immediatamente.
La carne è bianca e spugnosa e un uomo me ne passa una fetta per assaggiarlo immediatamente. Ho un po’ di timore pensando all’anisakis, ma alla fine cedo alla curiosità.
Questa mattina non abbiamo avvistato balene, ma gli uomini di Lamalera rimangono famosi per essere gli ultimi pescatori che ancora saltano in mare con la fiocina in pugno per arpionare, con tutta la forza possibile, i grossi mammiferi: il coraggio è la quotidianità se si pensa che ogni balzo potrebbe trascinarli negli abissi insieme alla barca e a tutto l’equipaggio.
La battuta di pesca volge oramai al termine e il capitano si è messo al motore della barca puntando la prua verso terra. Rientreremo comunque con un bel carico che sulla spiaggia attirerà l’attenzione di molte persone del villaggio.
Sbarcato l’intero equipaggio le barche devono essere deposte nuovamente sotto le tettoie di paglia, ogni giorno questa pesante manovra è parte del lavoro, e chiunque è presente sulla spiaggia, compresi i bambini, aiuta a spingere le pesanti imbarcazioni sui pali adagiati sulla sabbia al fine di farle scivolare un po’ più agevolmente.
Nel pomeriggio, prima che il sole volga al tramonto, ho passeggiato per questo villaggio di circa duemila anime dove a quest’ora si respira soltanto afa e tranquillità.
Al bordo dell’unica strada i resti delle ossa di balene descrivono chiaramente l’economia di sostentamento, un cartello indica la via di fuga in caso di tsunami, i bambini giocano scalzi con semplici cose e i pescatori riposano sdraiati nelle barche sotto le tettoie delle rimesse sulla spiaggia. Qui le esigenze degli esseri umani sono adattate alla vita dell’oceano.


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